lunedì 8 luglio 2013

Che cosa insegna il caso Natuzzi

05 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
Che cosa insegna il caso Natuzzi
Con le sue dichiarazioni riportate sui principali giornali, Pasquale Natuzzi ha probabilmente innescato il timer di una bomba ad orologeria pronta a deflagrare con forza in quello che è (era?) il principale distretto italiano dell’imbottito per numero di pezzi prodotti.
La vicenda è legata al suo precedente annuncio di un piano industriale che prevede il taglio di 1.726 dipendenti della Natuzzi Spa. La causa di un così pesante ridimensionamento? La creazione – sostiene Natuzzi –  ad opera dei suoi principali concorrenti di un “distretto fotocopia”, ovvero il proliferare di manodopera a bassissimo costo, molti cinesi, ma (e sarebbe ancor più grave) anche cassaintegrati da aziende in crisi che si ritrovavano poi a lavorare in sottoscale e capannoni di fortuna, pagati ovviamente in nero dagli stessi cinesi o da qualche imprenditore locale con pochi scrupoli.

La produzione di questi “laboratori” – denuncia Natuzzi – andava poi a fornire altri marchi commerciali noti, promozionati da famosi personaggi dello spettacolo. In sostanza, costi di produzione ridotti all’osso, investimenti massicci in comunicazione e pubblicità, prezzi di vendita impossibili da applicare per una produzione “lecita” … et voilà, il gioco è fatto: l’ex re del salotto si ritrova spiazzato ed è costretto a tagliare.
La denuncia di Natuzzi è molto grave e le accuse – se provate – rivolte anche all’ex presidente del distretto, oggi senatore eletto nelle file di Scelta Civica, sono davvero destinate a trasformare in una nuova Hiroshima quell’area martoriata, probabilmente non solo quella, date le risorse in termini di denaro pubblico impiegato. Basti ricordare che non più tardi dello scorso febbraio, uno degli ultimi atti del governo presieduto da Mario Monti era stato la firma di un accordo di programma per il rilancio delle imprese dell’imbottito di quel distretto.
L’accordo, prevedeva uno stanziamento di 101 milioni di Euro, dove il ministero dello Sviluppo concorreva per 40, la regione Puglia per altrettanti, i restanti 21 la Basilicata. La priorità dell’accordo era appunto il reimpiego dei lavoratori espulsi dalla filiera produttiva colpita dalla pesante crisi dei consumi e dalla concorrenza di produzioni estere. Peraltro, anche il buon Pasquale Natuzzi, dopo aver abbondantemente ricorso in passato a finanziamenti pubblici, a suo tempo non si era in trattenuto dal delocalizzare la produzione in Cina… Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, se a Natuzzi arriveranno querele o se riuscirà a provare le sue accuse.
Oggi, quello che resta di questo comunque triste, addirittura surreale (secondo di come verranno chiarite le vicende) epilogo di quello che era un distretto fiorente – peraltro non solo di quello, visto che altre realtà, come per esempio la stessa Brianza, soffrono dello stesso problema – è l’amara conferma di come si stia sperperando un immenso comune patrimonio, quello rappresentato dal supermarchio made in Italy, un valore aggiunto immateriale che necessita di maggiori tutele e di una certificazione che definirei etica di tutta la filiera produttiva.
Sarebbe davvero un primo passo importante per garantire il talento e l’abilità manifatturiera delle nostre piccole e medie imprese, e non solo quelle, ne possano in futuro godere ancora compiutamente, potendo in questo modo mantenere una monodopera specializzata ovviamente più costosa e creare così nuova ricchezza a beneficio di tutto il sistema Paese, nel contempo confidando che uno Stato meno assetato e pervasivo rientri presto nei suoi esclusivi parametri d’azione, evitando finanziamenti ed interventi maldestri rivelatesi in molte altre occasioni quali solo sprechi inutili.
La percezione che i consumatori stranieri hanno del nostro lifestyle è grande, direi enorme: iniziamo quindi nel non deluderli con manufatti che, nei processi produttivi, di italiano hanno ben poco… spesso anche quando vengono realizzati in Italia. Un cliente deluso, o peggio confuso o ingannato, è un consumatore perso. Non possiamo permettercelo.

mercoledì 3 luglio 2013

Forza Italia e l' Italia Futura

Forza Italia, Italia Futura e il presidenzialismo che serve all’Italia

01 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
Forza Italia, Italia Futura e il presidenzialismo che serve all'Italia
Lettera-intervento di Romano Perissinotto che dopo aver letto l'intervista di Formiche.net al presidente di Italia Futura, Nicola Rossi, scrive che...
Caro Nicola,
leggo la tua intervista su formiche.net sul tema tanto dibattuto in questi giorni di apatia governativa, Forza Italia, ed è spontanea una conseguente riflessione su Italia Futura.
Noi che abbiamo vissuto in prima persona la storia di Italia Futura, sappiamo bene quanto sale abbiamo dovuto ingoiare quando un altro sogno si è infranto sugli scogli dell’opportunismo politico. Abbiamo ancora negli occhi l’espressione confusa dei visi e nelle orecchie i commenti di molti tra quelli che parteciparono alla convention di Roma del novembre scorso, quella che peccando di una certa arroganza e molta miopia veniva presentata quale soluzione ideale per l’agognata Terza Repubblica. Alcuni di noi, in verità pochi in modo diretto ed esplicito, altri defilandosi in silenzio, capirono immediatamente l’errore che si stava allora commettendo, ovvero quello di partecipare alla preparazione di un fritto misto, Scelta Civica,  che si è scoperto ancora più indigesto per gli elettori rispetto a quello criticato poco tempo prima con editoriali sul sito e dichiarazioni ai media, palesandosi quindi irrilevante dopo il voto.
Allora, la tua onestà intellettuale ti portò a non partecipare in prima persona alle vicende della genesi di quella maionese di culture ed esperienze così diverse da poter convivere solo a condizione di una discesa  – parlare oggi di salita parrebbe quasi una presa in giro per l’interessato  -  di Mario Monti, un tecnico rivelatosi poi politico allo sbaraglio nella difficile interpretazione del ruolo di leader nella commedia della campagna elettorale, nonostante gli insegnamenti di guru americani. Per amore di verità, è doveroso ricordare anche la pessima performance di alcuni attori comprimari.
Qui mi fermo con la recente storia. Sarebbe ingeneroso nei confronti di Italia Futura continuare a rimarcare gli errori fatti e le opportunità mancate. Peraltro, con la tua recente nomina a presidente, sono certo riuscirai a riprenderne le fila e guidarla nella direzione del suo spirito originale, quello di un movimento liberale, popolare e riformatore.
Ma è proprio questo il punto centrale che l’accomuna a Forza Italia e che desidero con questa mia ribadire alla tua attenzione. Come tu stesso hai avuto modo di dichiarare in passato, se Berlusconi avesse mantenuto la promessa rivoluzione liberale annunciata con Forza Italia, Italia Futura non avrebbe avuto senso di esistere. Che Berlusconi abbia fallito è di tutta evidenza: è stato lo stesso Cavaliere ad ammettere di non essere riuscito a trasformare il Paese nel renderlo meno burocratico, meno statalizzato e meno costoso. Ed oggi, annunciando Forza Italia, ribadisce il fallimento del partito Pdl, quindi, essendone il leader, ancora una volta il suo personale.
Italia Futura e le associazioni liberali e riformiste recentemente nate – che saluto ed appoggio con favore –  facciano però molta attenzione a non commettere gli errori di chi è accecato dal solo pregiudizio o peggio è in malafede, ovvero quello di tornare sempre sulle cause di quel disastro: è un ritornello che ha stufato e soprattutto non serve a nessuno, tanto meno al Paese. Valutino bene i contenuti che saranno proposti dalla futura Forza Italia, facendo tesoro ma a prescindere dagli errori commessi dal suo settantasettenne leader in pectore, comunque ancora in grado di lottare e capace di raccogliere consensi.
Concludo quindi con un auspicio, ovviamente personalissimo. Quello che il fallimento della sua azione non significhi precludere futuri scenari di percorsi comuni che possano realizzare quel sogno, magari iniziando nella condivisione  e nel supporto dell’idea che solo una riforma in chiave presidenzialista della Repubblica possa modificare lo stucchevole status quo, consentendo a chi arriva primo di vincere le elezioni e poter così governare davvero il Paese senza dover cedere alle istanze di deboli coalizioni elettorali che, come abbiamo visto, portano solo ad una soporifera paralisi. 
Con stima e simpatia
Romano Perissinotto

Professor Monti, ma che cosa sta combinando?

Professor Monti, ma che cosa sta combinando?


02 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Professor Monti, ma che cosa sta combinando?
Quell’evidente insofferenza ed incapacità di scendere nella quotidianità dell’impegno politico, diverso da quello più prestigioso e mediatico di governo, si è recentemente tramutato in un palese fastidio.
Alcuni media le hanno definite minacce, altri avvertimenti, altri ancora semplici colpi di tosse dovuti ai capricci di un’estate che rinvia il debutto. Con le sue dichiarazioni sul governo Letta, va dato atto a Mario Monti di aver realizzato almeno un’impresa: far sorridere il Presidente della Repubblica. Non sapremo mai se la reazione istintiva di Napolitano è dovuta alle sue difficoltà ad immaginare il lato bellicoso dell’ex tecnico, oppure sia un elegante giudizio poco lusinghiero sul politico Monti, frutto di un suo rapido calcolo sui numeri rappresentati da Scelta Civica in Parlamento, ovvero sul peso e sull’influenza che questa possa avere. La lunga carriera del nostro Presidente, avvezzo ai meccanismi ed alle logiche della politica, induce a propendere per la seconda ipotesi.
Ai tempi della sua discesa in politica, il sospetto che il professor Monti non sapesse far di conto – politico si intende – era forte. Dopo alcuni mesi di travagli e baruffe dei suoi colonnelli, il generale in loden ha probabilmente dimenticato di disporre di una poderosa armata di ben 38 deputati e 16 senatori, peraltro organizzati in due gruppi parlamentari preda di continue trepidazione interne, vedi appunto i rapporti pastorali con gli esponenti dell’Udc ed i continui mal di pancia dello sparuto drappello liberale proveniente da Italia Futura. Forte di questo potente esercito rischia davvero di apparire come un botolo che abbaia ma è privo di canini.
In soccorso sono poi giunti i suoi due capigruppo, Dellai e Susta, novelli pompieri di un fuoco di paglia, che con toni più democristianamente concilianti scrivono a Letta rassicurandolo di non aver alcuna intenzione di metterlo in discussione, anzi di volerlo rafforzare con la loro iniziativa di organizzare incontri finalizzati a chiarire i patti di governo (?) che li lega alla maggioranza. C’è da star in ansia per le sorti della pancia di Letta, che probabilmente si contorceva per l’irresistibile risata che nel frattempo si sarà fatto…
A fronte di un apparente approssimativo atteggiamento, resta tuttavia da chiedersi quali siano i reali obiettivi dell’uomo Monti. Dopo l’epilogo dell’esperienza di governo ed essere stato definito da taluni come l’inviato della Provvidenza, più volte ha manifestato la sua personale intolleranza ad essere relegato a “semplice” senatore della Repubblica, ruolo peraltro ben retribuito ma che, evidentemente, non gli consente di soddisfare appieno il suo grande ego.
Quell’evidente insofferenza ed incapacità di scendere nella quotidianità dell’impegno politico, diverso da quello più prestigioso e mediatico di governo, si è recentemente tramutato in un palese fastidio, così greve da sopportare che egli stesso non ha perso occasione di renderlo pubblico, affermando di dolersi ogni qual volta gli capita di rientrare in Italia da un soggiorno all’estero.
Ma se per soddisfare propria vanità o semplicemente togliersi quel fastidioso prurito, nella ricerca di un protagonismo perduto, Monti deve ricorrere ad alzare il pelo del cappotto, mettendo un (innocuo) sassolino nelle scarpe di Letta, le frasi pronunciate sul governo suonerebbero davvero il risultato di una sua mente cinica, altro che civica.
Un altro sospetto si fa strada: quello che l’ambizione di tornare in Europa con un incarico autorevole che gli consenta una forte presenza sui media, magari quello oggi affidato ad un certoVan Rompuy in scadenza di mandato, lo riporti ai fasti europei di un tempo, incurante e lontano dalle misere e terrene vicende di un Paese in grave difficoltà che con Letta, giova ricordarlo per spezzare comunque una lancia a suo favore, ha trovato la migliore soluzione nella peggiore delle condizioni possibili post elezioni: condizione che anche il prof. Monti, forse a sua insaputa e nonostante gli odierni rimpianti, ha contribuito a creare con una scelta che, giorno dopo giorno, si appalesa sempre più inutile.
Ma si sa, come recitava uno straordinario Al Pacino ne “L’avvocato del Diavolo” la vanità è decisamente il peccato preferito dal principe delle tenebre: il nostro Keanu Monti sembra davvero non esserne immune e lieve comunque gli parrà la condanna “all’inferno” europeo.

giovedì 27 giugno 2013

Lavoro, le medicine sbagliate di Letta e Giovannini

27 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Lavoro, le medicine sbagliate di Letta e Giovannini
La malattia del sistema produttivo italiano non è la disoccupazione giovanile o la mancanza di lavoro in generale: questi sono solo i sintomi. L'analisi di Romano Perissinotto
Qualche linea di febbre causata da un comune raffreddore si può combattere con un analgesico. Immediatamente i sintomi della malattia si attenuano e si riprendono, sebbene ancora malati, le normali attività quotidiane, magari dopo aver riposato meglio alla notte. Il problema sorge allorquando si confondono i sintomi di una patologia ben più grave con il banale malanno citato, oppure si tende a sottovalutarne i possibili peggioramenti proprio perché l’aspirina ne attenua la sintomatologia.
L’ Italia era da tempo un paese malato. La febbre di cui soffriva, che è il primo segnale di una malattia in corso, è stata trascurata ed oggi è sempre più alta. Che fosse un organismo gracile, quindi a grande rischio infezioni, lo dicevano i dati della sua economia negli ultimi decenni. Ulteriormente debilitata da dosi massicce di morfina somministrata nel corso di quegli anni sotto forma di debito pubblico ed aumento della spesa, quando è stata chiamata a combattere l’epidemia conseguente ai virus finanziari sparsisi nel mondo dal 2008, si è ritrovata moribonda: oggi ha un fisico che rischia davvero di soccombere.
Al suo capezzale sono stati chiamati dal popolo molti medici, a volte purtroppo alcuni si sono dimostrati presunti tali. Il penultimo primario, quello imposto dall’austero ospedale europeo, ha somministrato una terapia a base di antibiotici in dosi da cavallo, impostata sul rigore e sull’aumento dell’imposizione fiscale. Peccato però che l’economia del Paese non era un purosangue da corsa, ma un cavallo da soma piuttosto sfiancato e la cura imposta l’ha poi stremata.
Il nuovo primario nominato dal recente consesso di colleghi con percorsi accademici di scuole opposte, tra i quali peraltro ci sono molti neo laureati a loro insaputa, ha introdotto ieri la sua nuova terapia. Ci saremmo aspettati un coraggioso intervento chirurgico che estirpasse le cellule malate dell’organismo, propedeutico ad eliminare così la causa del male all’origine, non un pavido provvedimento amministrativo che assume i connotati di un tampone. In questo modo, si è introdotto nel corpo italico circa un miliardo di aspirine, qualche intollerabile antibiotico di nuove tasse senza aver chiaro che non sono i sintomi a dover essere curati, ma la malattia. Occorreva un cambio di paradigma, la consapevolezza che la guarigione del malato si può ottenere concentrandosi sulla causa e non sugli effetti della patologia.
Difficile pensare che cotanti medici non siano in grado di diagnosticarla. La malattia del sistema produttivo italiano non è la disoccupazione giovanile o la mancanza di lavoro in generale: questi sono solo i sintomi. Occorre intervenire chirurgicamente con decisione sui tagli alla spesa pubblica, sulle imposte che gravano sulle imprese e sulle famiglie, sullo snellimento del granitico apparato burocratico dello Stato, favorendo le liberalizzazioni e la privatizzazione del patrimonio pubblico improduttivo, incentivando i processi di investimenti privati nel capitale di rischio delle imprese, molte eccellenti per capacità manifatturiera e talento creativo ma spesso sottocapitalizzate ed in asfissia finanziaria perenne, quindi troppo deboli per espandersi e competere.
Le aspirine servono a ben poco in presenza di un moribondo, nondimeno è ingenuo o diabolico sprecarle sull’altare di chissà quali aspettative o progetti futuri di governo. Nonostante i boati di entusiasmo di alcuni medici di governo, l’impressione che se ne trae è purtroppo quella di una ennesima presa per i fondelli in attesa di andare tutti, o quei pochi fortunati, felicemente al mare in agosto. Sarà però un autunno caldo, caldissimo, che rischia davvero di bruciare le poche illusioni e le residue speranze degli italiani.


Berlusconi, Marina, Renzi. Ecco che cosa può succedere dopo la sentenza Ruby

25 - 06 - 2013 Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net  


Berlusconi, Marina, Renzi. Ecco che cosa può succedere dopo la sentenza Ruby

Caro direttore,
Tra i tanti, ci sono due aspetti della vicenda Ruby che mi hanno colpito. Uno, con le dichiarazioni Marina Berlusconi, è legato alla sfera privata del Cavaliere, l’altro ai risvolti che la sentenza di Milano potrà avere sul futuro prossimo del governo Letta e di conseguenza su quello del Paese: credo siano strettamente legati, vediamo il perché.
Il primo. Marina è una donna intelligente, capace e determinata. La rivista americana Forbes l’ha definita alcuni anni fa come la più potente d’Italia, tra le prime cinquanta al mondo, unica italiana presente nella speciale classifica della rivista americana.
E’ entrata nelle aziende di famiglia fin da giovanissima, ricoprendo negli anni ruoli via via sempre più di rilevanti fino ad arrivare alla presidenza del gruppo fondato dal famoso padre che di nome fa Silvio. Una brillante carriera non solamente imputabile al cognome che porta, Berlusconi, ma soprattutto alle sue doti personali di abile ed attenta imprenditrice. Tra le figlie del Cavaliere, essendo tra l’altro la primogenita, è quella che sicuramente si è ritagliata un posto particolare nella vita privata del padre, assumendo in parte quello della nonna Rosa scomparsa nel 2008, che in vita fu sempre prodiga di consigli ed affettuose manifestazioni d’amore nei confronti del figlio e da lui sempre ascoltata. E’ noto come si debba a mamma Rosa la decisione finale di Berlusconi ad entrare in politica dopo che tutta la sua cerchia più intima, a partire dall’amico d’infanzia Fidel, lo avevano scoraggiato in tal senso. Alcuni ancora la rimproverano per questo.

Leggendo quindi le dichiarazioni di Marina Berlusconi in merito alla sentenza che ha visto condannare il padre per la questione Ruby, si avverte una precisa differenza rispetto a quelle precedenti relative agli altri processi a carico del Cavaliere che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Certamente sono sempre cariche della medesima determinazione ed amarezza nell’identificare l’utilizzo della giustizia quale mezzo per eliminare l’avversario dalla scena politica. Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è la delusione di una figlia che si ribella perché, in questo caso, non si tratta solo di una sentenza, di un provvedimento giuridico sul quale è lecito discutere, bensì di un giudizio morale sulla vita privata del padre. Come figlia non lo riconosce e non può accettare che sia descritto come un anziano ricco puttaniere, sfruttatore di povere ragazze indifese, tanto da dover diventare un concussore nel tentativo di nascondere i suoi peggiori vizi. Concussore peraltro ingenuo o stupido, dato che avrebbe potuto tranquillamente affidare ad altri il compito della famosa telefonata alla questura milanese. Su quale ordine costrittivo abbia poi dato, rimangono molti dubbi, dato che i presunti concussi pare abbiano negato la concussione. Come, dall’altra parte, la presunta prostituta minorenne ha negato di aver mai avuto rapporti intimi con il Cavaliere. Sono certamente valutazioni che spettano a chi conosce gli atti, ma in attesa delle motivazioni della sentenza qualche dubbio e sospetto di essere di fronte ad un enorme giudizio morale ed ipocrita inevitabilmente si fanno strada: in tutto ciò nulla sarebbe riferibile all’ordinamento giuridico di uno Stato di diritto, rispettoso della dignità dell’uomo, di tutti i cittadini, compreso Silvio Berlusconi.
Qualche giorno fa, in occasione di una sua intervista, un lobbista che sussurra ai potenti indicava in Marina Berlusconi l’unica erede possibile per guidare in futuro il movimento politico fondato dal padre Silvio.
Da questa considerazione di Bisignani, veniamo al secondo punto di cui all’inizio: che succede ora al governo delle larghe intese? Al di là delle dichiarazioni di circostanza e della gravità della sentenza citata, ritengo che il vero punto critico sarà rappresentato dal verdetto della Cassazione sulla faccenda diritti Mediaset che dovrebbe arrivare a novembre. Nel frattempo, è però inevitabile che tutto il Pdl faccia quadrato attorno al suo leader, spostando la priorità dell’azione dell’esecutivo sulla questione della giustizia, rendendola così dirimente sulle future sorti delpremier Letta.
I malumori nel Pd per una forzata convivenza con coloro che molti di loro continuano a vedere come un nemico sono di tutta evidenza: difficile pensare che non possano acuirsi una volta che il dibattito sulla riforma della giustizia prenda il via. Qualsiasi aspetto possa anche lontanamente riguardare la situazione del leader del centrodestra, sarebbe visto come una ulteriore concessione, un tradimento dei principi casti e puri, spesso stucchevoli e supponenti, di quella sinistra un po’ bacchettona e moralista che ancora non ha metabolizzato il responso delle urne e, probabilmente, non perdona alla realtà di non essere quella che vorrebbe che sia.
Letta vivrà quindi in uno stato di fibrillazione continua. Seppur abile funambolo ex democristiano, avvezzo alle correnti ed agli umori di partito, dovrà guardarsi dagli “amici” interni, per di più con l’ingombrante fantasma di Renzi all’orizzonte, sempre pronto a soddisfare la propria smisurata e legittima ambizione politica.

Mentre si riaccende violentemente la sterile questione giudiziaria su Berlusconi, in assenza di altri potenziali leader nel centrodestra, si profilano settimane di fuoco che condurranno (forse) ad un prossimo confronto diretto tra l’erede del Cavaliere che porta il suo stesso cognome ed il guascone toscano. Temo che a farne le spese saranno gli italiani, oramai esausti dalla crisi e dalla mancanza di prospettive concrete. Soprattutto temo che non servirà a nulla: la figura di un leader è si necessaria, ma in mancanza di un modello istituzionale che possa garantirgli poi la possibilità di governare, senza dover soggiogare alle misere istanze di coalizioni deboli legate ai piccoli interessi di parte, assisteremo ad un ennesimo fallimento ed alla consacrazione dei burocrati di Stato, quelli che hanno davvero vinto nel passato e continuano a vincere nel presente

mercoledì 26 giugno 2013

Semipresidenzialismo: un percorso obbligato


"Le sorti del Paese stanno nelle mani degli industriali privati e pubblici, dei finanzieri, dei commercianti, dei professionisti, degli intellettuali, degli scienziati, dei docenti, degli operai, dei contadini, degli impiegati, degli artigiani. E stanno nelle mani delle esperienze degli anziani e della volontà di affermazione, di sacrificio e di conquista dei giovani.


Occorre che l’enorme potenziale espresso da queste straordinarie risorse possa essere valorizzato con  tutta la sua forza positiva. Occorre realizzare quella riforma costituzionale affinché disponga della possibilità di decidere direttamente da chi farsi governare." 

venerdì 21 giugno 2013


Perché Italia Aperta non è il solito club di liberali


20 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net 

Perché Italia Aperta non è il solito club di liberali

Sarà data una pagella che valuterà la bontà dei provvedimenti pubblici basandosi sui parametri internazionali della Banca Mondiale. E si sa, gli atti della pubblica amministrazione, da quelli del governo centrale fino al più piccolo dei comune, incidono sulla vita quotidiana di tutti i cittadini, quindi li interessa da vicino...
Caro direttore,
quando l’amico Alessandro De Nicola per la prima volta mi accennò dell’iniziativa durante una colazione di lavoro nel suo studio milanese, classicamente arredato in perfetto stile british, ricordo che l’idea mi incuriosì ed interessò molto. Mi colpì l’espressione del viso e l’entusiasmo con cui descriveva il progetto di quella che oggi è diventata una associazione liberale e liberista che, come egli stesso ha poi recentemente scritto “crede nell’efficienza dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa, nello Stato di diritto e nei diritti di libertà, civile, politica, economica”
Posso oggi pubblicamente confessare che, ascoltandolo, inizialmente qualche riserva mi venne spontanea, sebbene non volendo rischiare di urtare la sensibilità del mio ospite, la tenni rigorosamente per me. La mente tornava alle precedenti esperienze di Fare, a quella vissuta in prima persona con Italia Futura, agli entusiasmi seguiti poi da delusioni e, soprattutto, ero timoroso per la permalosità e smania di protagonismo che caratterizza noi liberali, i soliti quattro gatti sempre pronti a discutere tra di loro, a volte persino se il caffè del mattino al bar sia più buono con lo zucchero o senza, rimanendo lì per ore, finendo ognuno sulla propria posizione quando oramai è giunta l’ora dell’aperitivo. Difficile fare proseliti in questo modo.
Tuttavia è nel metodo di lavoro che Italia Aperta rappresenta una novità rispetto al passato. Qui non si tratta di unire alcuni personaggi più o meno noti, raccattare un po’ di denaro per sostenere i costi di qualche convegno e discutere poi su temi generici, magari in maniera dotta e con spirito intellettuale per compiacere i media. Al contrario tutti potranno lavorare su temi concreti, verrà data una pagella che valuterà la bontà dei provvedimenti pubblici basandosi sui parametri internazionali della Banca Mondiale. E si sa, gli atti della pubblica amministrazione, da quelli del governo centrale fino al più piccolo dei comune, incidono sulla vita quotidiana di tutti i cittadini, quindi li interessa da vicino.
In questo, a mio avviso, è la grande opportunità che Italia Aperta: portare alla gente la visione liberale dello Stato, le istanze pro mercato valutando atti concreti e contribuire così ad accrescere in sempre più persone la consapevolezza che, fra tanta confusione generale ed un malcelato tentativo da parte di alcuni di tornare ad uno statalismo devastante, una via alternativa c’è e si dovrà necessariamente percorrere.
Abbandonata quindi ogni perplessità, ecco il motivo per il quale sono tra i primi firmatari, ecco perché occorre augurare buona fortuna e dare il benvenuto Italia Aperta.