lunedì 9 settembre 2013

La favola di un ricco Cavaliere


08 - 09 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
La favola di un ricco Cavaliere
Nell’ anno del Signore 2492 / 350° dopo la 1^ Grande Glaciazione, un vecchio racconta ai bambini radunati attorno a lui che in silenzio lo ascoltano curiosi ed attenti, quella che fu la storia di un antico Cavaliere…
C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano al di là del mare, un ricco Cavaliere che viveva in un grande castello di campagna, circondato da un immenso parco con alberi secolari e arbusti di rara bellezza. Il Cavaliere amava passeggiare tra i giardini del parco, conosceva il nome di ogni singola pianta e fiore ed era felice, ogni volta che ne aveva occasione, di intrattenere i suoi ospiti raccontandone i pregi e virtù.
La gente del suo paese, abituata da sempre a lavorare e produrre, viveva tranquilla e all’apparenza prosperosa. Tutti ammiravano il Cavaliere e gli erano grati per aver ricevuto, in dono da lui, il divertimento gratuito di nuovi spettacoli ai quali potevano assistere, innovativi rispetto a quelli cui erano abituati, grazie ad un apparecchio allora presente in tutte le case chiamato televisione.
C’era poi, a quei tempi, uno sport tanto diffuso quanto bizzarro che vedeva ventidue giocatori in mutande prendere a calci una palla nel tentativo di metterla nella porta dell’avversario. Lo chiamavano gioco del calcio ed ancora oggi se ne possono leggere le vicende nei racconti degli scrittori di allora, chiamati giornalisti. Uno di questi, a noi noto come Brera, dicono fosse il più bravo di tutti. In un suo racconto narra che la passione che i maschi di quel paese nutrivano per il calcio era dovuta all’influenza che aveva nella loro sfera sessuale. A differenza di oggi, molti secoli fa il mondo era chiaramente diviso tra genere maschile e femminile: mettere quello strano pallone nella porta dell’avversario era come violare la vagina della femmina altrui e la tal cosa dava loro tanto piacere. Pensate, un bel giorno il Cavaliere decise di regalare a molti di loro un’intera squadra per quel gioco, spese tantissimi soldi (ma ne aveva tanti) rivoluzionando le abitudini di allora e mise insieme i migliori atleti. In poco tempo vinse tutto e diventò sempre più famoso ed amato dalla gente.
Sembravano anni felici per il popolo di quel paese lontano: anni da bere come recitava una pubblicità di allora. La gente non si preoccupava del futuro, intenta com’era a ballare durante la notte nelle discoteche ed impegnata in ogni genere di stravaganza: dai vestiti che allora chiamavano moda, allo stile d’arredo delle loro case che era denominato design, all’abitudine diffusa di mangiare due chicchi di riso ed un fungo che definivano nouvelle cuisine. Stravaganze che, per fortuna, nel nostro paese non sono mai accadute.
Un giorno, all’improvviso, uomini vestiti con abiti di colore nero pensarono che era giunto il momento opportuno per cambiare chi allora governava quel Paese. Utilizzando l’immenso potere di cui disponevano, riuscirono infine nella loro azione: in poco tempo i governanti che erano stati prima scelti dal popolo venivano abbattuti e sconfitti, alcuni rinchiusi nelle prigioni, altri costretti a fuggire. Molti si rassegnarono e passarono poi tra le fila di coloro che bramavano e smaniavano di prenderne il posto. Grazie all’iniziativa degli uomini in nero, questi individui che, messi insieme, venivano chiamati sinistra, si accingevano allegramente a regnare sul quel paese.
Ma commisero un errore. Non avevano considerato il Cavaliere, al quale non erano tanto simpatici questi giustizialisti sinistroidi presunti rivoluzionari, tanto meno gli piaceva ciò che professavano come modello di vita e, per questo motivo, era da loro malvisto e più volte in passato osteggiato.
Fu così che decise di radunare le sue forze, cambiare le sue abitudini, utilizzare le sue enormi ricchezze per prepararsi alla battaglia ed infine comunicò al popolo la sua decisione attraverso la televisione che aveva loro donato e che sapeva usare molto bene, meglio di chiunque altro. Scese nel campo di battaglia, lottò come un leone e sconfisse gli uomini di sinistra, addirittura riuscì a mortificarli, lasciandoli increduli per gli anni che seguirono, sempre confusi ed intenti solo a domandarsi il perché e come tutto ciò era potuto accadere.
Passarono alcuni lustri, il Cavaliere governò quel paese con alterne fortune ed alcune sventure. Diventato oramai un anziano e sempre ricco signore, proprio mentre stava meditando di ritirarsi a vita privata per godersi serenamente le sue antiche passioni ed una giovane compagna, fu colpito a sua volta dagli uomini in nero che, durante tutti quegli anni, non si erano mai scordati di lui, anzi osservavano ogni sua azione con un’attenzione particolare che mai in precedenza era stata rivolta a chiunque altro, nemmeno ai vecchi governanti tanti anni prima. E fu così condannato all’oblio ed al martirio, tra l’esultanza dei giacobini di sinistra che finalmente vedevano avvicinarsi l’opportunità di riscattare l’oltraggio ed il disonore patiti per tanto tempo e la possibilità di conquistare il potere, sebbene avessero fatto poco o nulla per meritarsi il regalo ricevuto.
A questo punto, essendo andati perduti gli antichi documenti dopo l’ultima glaciazione, i racconti tramandati nei secoli dai mercanti di spezie ci consegnano la parte finale della storia del Cavaliere avvolta da un’alea di mistero e si tinge così di leggenda. Alcuni lo descrivono per anni ancora fiero e combattivo, altri rassegnato in un esilio dorato nel parco del suo castello, distante dalla vita pubblica e dimenticato da tutti. Altri ancora raccontano di un documento ritrovato in un paese vicino che era stato prima trascurato dagli uomini in nero e che, per le leggi allora in vigore, avrebbe riaperto il processo, cambiato la sentenza di condanna e ridato ancora più lustro e consenso popolare al Cavaliere per gli anni che gli restarono da vivere, per poi eleggere principessa la sua erede primogenita che di nome, dicono, facesse Marina o qualcosa di simile.
Il vecchio conclude quindi la sua narrazione, lasciando però i bambini ancora incuriositi e speranzosi di conoscere quale sia la fine vera del Cavaliere. Uno di loro, il più intraprendente, si alza e chiede al vecchio quale, tra le tre, ritenga essere la più veritiera tra le possibili soluzioni e chi tra i protagonisti goda della sua simpatia: il Cavaliere, gli uomini in nero o quelli di sinistra?
Allora il vecchio sorride ed inarcando le spalle risponde “Che importanza ha conoscere la mia opinione o le miei simpatie? Rifletti su ciò che conosci della storia e prova da solo a trovare la risposta che cerchi. Probabilmente, in questo caso non ci riuscirai, ma quantomeno arriverai a quella che preferisci e ti convincerai che è quella vera, scordandoti poi le altre. In fondo, la verità non è mai assoluta, nemmeno nell’epoca in cui le storie narrate avvengono perché sono comunque trascritte o raccontate da altri che a loro volta le interpretano, a volte in buona fede a volte no. Figuriamoci oggi a distanza di molti secoli. Ed ora andate a giocare e fatelo bene perché il gioco è cosa seria”
Ma il bambino è caparbio e insiste: “Lo farò, ma dimmi cosa come pensi andarono a finire il Cavaliere e gli altri”
Ed il vecchio: “Quel che mi chiedo è che destino avrà poi avuto il popolo di quel Paese. La risposta è la sola verità che mi piacerebbe conoscere e la sola domanda che avrei voluto sentire da te”

sabato 7 settembre 2013

Berlusconi, sorprendici ancora: fai lo statista e non solo il piazzista


05 - 09 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
Berlusconi, sorprendici ancora: fai lo statista e non solo il piazzista
Quante volte negli ultimi venti anni abbiamo sentito ripetere “Berlusconi? Solo un gran venditore”?
È stata l’affermazione più ricorrente tra gli esponenti della parte politica opposta al Cavaliere, probabilmente anche la più elegante che gli sia stata rivolta dai tempi del celebre videomessaggio registrato in quel di Arcore, dove tutto era stato studiato nei minimi dettagli, dalle luci alle foto dei figli poste sullo sfondo di un ambiente sobriamente domestico, il tono della voce che mutava a seconda dello specifico argomento: morbido e suadente mentre narrava della sua vita imprenditoriale e familiare, duro quando il tema verteva sul pericolo rappresentato dai comunisti vestiti da novelli democratici di sinistra, determinato ed ammiccante nell’annunciare la sua nuova aspirazione di vita, sebbene, a suo dire, fosse costretto a bere l’amaro calice di scendere in politica solo per amore nei confronti del suo Paese.
La storia ci dice che seppe vendere bene il suo prodotto, se stesso, raggiungendo l’obiettivo di sconfiggere l’allegra armata brancaleone, mentre sui contenuti e principi allora annunciati, diciamo solo che l’Italia è ancora oggi divisa sulle caratteristiche di qualità oggettiva.
Stesso discorso, anni diversi
Succede poi che a distanza di anni ed a seguito di note vicende giudiziarie, Berlusconi segua l’identico schema. Cambiano solo la scena ed il racconto: veste i panni dell’affermato leader di partito, con le bandiere dell’Italia e dell’Europa, lo studio è quello istituzionale di Roma, la narrazione è la sua vita politica, mentre l’amore a suo tempo proclamato per il suo Paese pare vacillare e diventa una domanda che pone ai suoi spettatori, chiedendo loro se il significato del voler bene significhi per taluni il decretare la fine politica di un leader. E raggiunge ancora una volta l’obiettivo: da imprenditore di successo, a principale uomo politico dell’ultimo ventennio, infine vittima sacrificale di una magistratura politicizzata che da novello martire, una sorta di Mandela, si accinge a combattere per quel che gli resta da vivere.
L’estate del Cavaliere
Da quell’ultimo messaggio trasmesso in prime time da tutti i canali televisivi e riportato in rete, trascorrono alcune settimane, gli italiani sono in vacanza – almeno quelli che se lo possono permettere – ma il Cavaliere lavora con impegno, spostandosi tra Roma, Costa Smeralda eBrianza. Riceve tutti, collaboratori, avvocati, amici, familiari e, naturalmente, la fauna diversificata e pittoresca dei maggiori esponenti del suo partito, molti dei quali lo hanno peraltro “fregato” approvando la legge Severino allo scadere della scorsa legislatura. Già, ma erano altri tempi, quando molti mediocri del Pdl pensavano di brillare di luce propria in cerca di gloria personale, salvo poi ricredersi ed accucciarsi di fronte al recupero di consenso del vecchio leone. Gli altri, i ribelli fuoriusciti, sono ancora li a leccarsi le ferite.
Il grande venditore
Gli anni non hanno tuttavia minato la sua straordinaria capacità di lavoro, davvero notevole data la non giovanissima età. Il grande venditore è consapevole di giocarsi l’ultima partita, quella definitiva e pianifica così la strategia in due opzioni tattiche: martire ad Arcore e responsabile statista oppure scatenare il caos e l’inferno istituzionale, richiamando a se i fedeli adepti ed i nostalgici della chiesa di Forza Italia?
Valutare bene i punti di forza ed i punti di debolezza del prodotto, conoscere il mercato di riferimento, osservare la concorrenza, ideare la giusta campagna di comunicazione per fidelizzare il consumatore ed acquisirne di nuovi: sono tutte regole e principi di marketing che il grande Venditore conosce bene e sa utilizzare e rispettare. Berlusconi conosce il valore immateriale di un brand e, in questo caso, il marchio è lui stesso. È da sempre un accentratore, decide di testa sua utilizzando le ricerche e le informazioni – i sondaggi – di Alessandra Ghisleri. Sono state settimane di duro lavoro per la sondaggista brianzola che da anni gode della stima del Cavaliere, essendo probabilmente la sola del suo entourage che in definitiva ascolta davvero per determinare le sue scelte finali.
Un prodotto che vende
Stando quindi alle recenti interviste ed alle ricerche svolte dalla Ghisleri, i risultati ed i numeri confermano in crescita il consenso popolare del Cavaliere, gli elettori del Pdl hanno apprezzato la coerenza sull’Imu rispetto alle promesse elettorali e non hanno condiviso le scelte di Napolitano sulle nomine dei nuovi senatori a vita, vedendo in esse uno spreco di risorse ed un palese tentativo di chiuderlo ulteriormente in un angolo. Infine gli slalom a sinistra di Renzi e gli endorsement ricevuti dai vecchi comunisti travestiti, riducono di molto la simpatia che il sindaco di Firenze aveva suscitato presso gli elettori di cultura ed estrazione di centrodestra, disponibili solo un anno fa a dare fiducia al monello toscano. In sintesi, gli imput che gli servono e che nulla di buono lasciano presagire per il futuro della XVII legislatura, del governo presieduto da Enrico Letta e per il Paese.
In attesa del prossimo messaggio
In attesa di un altro videomessaggio – presumibilmente domenica prossima – non rimane che un auspicio, ovvero quello che presenti un Silvio Berlusconi non “solo” venditore, bensì lo confermi il migliore di tutti, quello che sa anche stravolgere le regole, rispettando però la più valida in assoluto nel pur spesso arido mondo dei rapporti commerciali e, ancora di più, degli equilibri politici: gli affari si fanno sempre in due e questo porta alla reciproca soddisfazione delle parti. In particolare la sua, ovvero la descrizione che la storia farà del politico Berlusconi: il migliore venditore politico diventato poi statista o solo un piazzista mordi e fuggi? Alla fine, come sempre, l’ultima parola sarà la sua ed a noi, comuni cittadini, non resta che sperare ci possa sorprendere ancora una volta, nonostante la brava Ghisleri ed i sondaggi di Euromedia.

martedì 3 settembre 2013

Grillo, Renzi, Berlusconi: il carisma dei leader pesano più dei progetti politici


28 - 08 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Grillo, Renzi, Berlusconi: il carisma dei leader pesano più dei progetti politici
Se dovessimo chiedere a cento simpatizzanti di Matteo Renzi – che si dichiarano disponibili a votarlo – i principali punti del suo programma politico, ovvero che cosa contribuirebbero a realizzare con il loro voto, state certi che la stragrande maggioranza di loro risponderebbe con un laconico “non so” e l’intervistatore sarebbe quindi portato a chiedere perché allora lo voterebbero. La risposta sarebbe altrettanto stringata: “lo voterei perché è nuovo”.
Se poi dovessimo porre la stessa domanda agli elettori di Silvio Berlusconi, anche in questo caso non sarebbe una sorpresa scoprire che la maggior parte di loro non conosce che cosa significhi “rivoluzione liberale”, tanto meno la curva di Laffer o il tema del conflitto d’interessi.

La carta vincente del carisma
Eppure, nel comune sentimento popolare, entrambi sono identificati come le persone di riferimento dei rispettivi gruppi politici, ovvero riconosciuti come leader. La caratteristica comune ad entrambi è la capacità di esercitare una forte influenza sulle persone accattivandosi il loro consenso che poi, in politica, si traduce in numero di voti. In sintesi, entrambi possiedono carisma che usano con indubbia capacità comunicativa. Ed è una caratteristica necessaria per chi si propone leader di uno schieramento politico. Addirittura, per il risultato finale, trascende i contenuti della proposta del partito o movimento di appartenenza nella fase fondamentale del processo di affermazione, ovvero in campagna elettorale.

Grillo e Giannino esempi nostrani
A conferma, per citare un caso emblematico, basta ricordare il successo del movimento diBeppe Grillo e chiedersi quanti tra coloro che lo hanno portato con le elezioni di febbraio a risultare il primo partito conoscessero i candidati che li avrebbero poi rappresentati in Parlamento. Oppure, in questo caso quale esempio di insuccesso, ricordare – ahimè – il flop elettorale di Fare Fermare il declino imputabile in gran parte alle vicende personali dell’ottimoOscar Giannino che ne era figura di riferimento, sebbene il contenuto del manifesto e la riconosciuta straordinaria competenza, nonché lucidità, di Oscar nulla avessero a che fare con i suoi titoli accademici e tanto meno dipendessero da questi ultimi.

Come deve comunicare la politica
L’errore più banale che commettono molti professionisti della politica, aspiranti candidati al Parlamento e persino presunti leader di partito è quello di pensare e comunicare come se il popolo degli elettori si occupasse tutti i giorni di politica, che siano tutti una sorta di tecnici addetti ai lavori: ebbene, non è così.
Certamente non perché gli italiani siano – come alcuni intellettualoidi snob radical chic da salotto sostengono – un insieme di qualunquisti, refrattari e pigri ad interessarsi della res pubblica. Hanno invece, più semplicemente, interessi e spesso problemi quotidiani più impellenti di cui occuparsi ed ai quali dedicano la maggior parte della loro giornata: il lavoro, i figli, le rate del mutuo, la spesa al supermercato, la pensione che non basta ad arrivare a fine mese, andare in vacanza o al ristorante.

Imparare a raccontarsi e a interpretare
In sintesi, hanno bisogni da soddisfare e paure da sconfiggere: chi, in politica, ha saputo e le saprà interpretare e tradurre in risposte semplici, dosate in giusta misura al cervello, al cuore ed alla pancia – non necessariamente nell’ordine – ha potuto e potrà pensare a buon titolo di raggiungere l’obiettivo della vittoria perché, in ultima istanza la gente o, se preferite la massa, ha sempre un estremo ed innato bisogno: quello di identificarsi anche inconsciamente in un riferimento che abbia il volto di una persona che sappia raccontare e raccontarsi, un leader che li aiuti anche a sognare un futuro migliore che difficilmente è riconoscibile da tutti nelle pagine di un freddo programma elettorale.

lunedì 26 agosto 2013

Il prossimo leader del centrodestra deve concorrere, e non competere, con Berlusconi


26 - 08 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Pare proprio che non se ne possa fare a meno: è sempre lui, il condannato in via definitiva, il novello statista fautore e principale attore del governo delle larghe intese, l’agnello sacrificale vittima dell’odio e dell’invidia di una controparte incapace di competere sul terreno dei contenuti e, diciamo, costretta a rivolgersi a terzi togati nel tentativo di abbatterlo, il leader amato dai suoi elettori ma temuto dai suoi eletti in Parlamento, l’uomo dalle mille cadute ed altrettante risalite.
Pensatela come volete, siate di destra o di sinistra, di centro o protestanti grillini, ma resta il fatto, paradossale soprattutto per i suoi antagonisti, che il dominus della scena politica nazionale rimane sempre lui, Silvio Berlusconi. E lo sarà ancora per molto, nonostante le condanne ed i suoi più intimi desideri, alcuni apertamente manifestati ed altri che non può dichiarare per ovvie questioni di convenienza, pubblica e privata.
D’altronde, a settantacinque anni suonati da un pezzo, il Cavaliere avrebbe tutto il diritto di godersi le sue ricchezze, le sue passioni, i suoi affetti e la sua giovane fidanzata: chi potrebbe biasimarlo se dovesse decidere di abbandonare la scena e ritirarsi? Nessuno, se sano di mente …
Tuttavia, gli impediscono di vivere una serena terza età. E non mi riferisco alle sentenze di una magistratura che pare usi la lente di ingrandimento su alcune questioni mentre è miope su altre – atteggiamento peraltro già visto fin dai tempi di Mani Pulite – e nemmeno alle azioni contraddittorie di una sinistra lacerata su tutto ma unita solo sul fronte dell’antiberlusconismo, quindi condannata a perdere.
La prima lo ha di fatto consacrato martire, sulla seconda è meglio stendere un velo pietoso per non infierire sul moribondo, al cui capezzale hanno persino rifiutato il soccorso di un medico toscano che aveva proposto cure innovative ma che rischiano oggi di trasformarsi in vecchie e superate terapie, inefficaci per superare una malattia che pare essere congenita.
Come si è rivelato dall’esito delle ultime elezioni, con tutte le conseguenze negative che oggi siamo costretti a vivere come Paese e come cittadini ed imprese, la questione di fondo non è la figura ingombrante di Silvio Berlusconi, ma l’assenza nel centrodestra di un leader che possa catalizzare il consenso della maggioranza degli italiani con il carisma e la capacità comunicativa del Cavaliere.
Una tale figura non c’è nel parco faunistico di molti che, senza la presenza del capo, sarebbero solo degli sbandati e disperati esponenti del suo partito (ex partito?) e, purtroppo, al momento non se ne vedono in quei movimenti che per affinità di contenuti e visione potrebbero essergli vicini, vittime peraltro di personalismi e del vizio di guardare la situazione con lo specchietto retrovisore, andando così a sbattere contro un realtà fatta di cocenti delusioni nell’urna.
Ciò che serve oggi nell’area che per semplicità di linguaggio chiamiamo centrodestra, èconcorrere con l’anziano leader di Arcore per ricostruirla. Al contrario, competere con Berlusconi sarebbe un ennesimo errore che porterebbe al caos, un vuoto che sarebbe riempito dagli estremi, miracolati parlamentari intenti a far chiacchiere e proteste ma inefficaci nella sostanza di una adeguata azione di governo.
Chi ne avrà la consapevolezza e saprà porsi come interlocutore e non competitore di Berlusconi avrà modo di raccogliere le istanze dei suoi elettori e contribuire a realizzare un soggetto politico nuovo, non viziato da lotte intestine, consapevole degli obbiettivi e deciso sulle azioni da fare, potrà così ambire al suo consenso e candidarsi alla guida del Paese dopo la parentesi dell’attuale, frutto di un’anomala maggioranza coatta. Se c’è, si faccia avanti ed “usi” lo strumento Berlusconi, aiutandolo a godersi serenamente ciò che gli resta da vivere

giovedì 25 luglio 2013

Rimborso elettorale, un tema che va affrontato (senza ipocrisia)


24 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
Rimborso elettorale, un tema che va affrontato (senza ipocrisia)
Il dibattito politico sul tema del finanziamento pubblico ai partiti, pardon sul rimborso elettorale, è un po’ come il jeans nell’abbigliamento di tutti i giorni: non passa mai di moda. E come il pratico tessuto – pensato originariamente dal geniale Levi Strauss quale indumento di lavoro per i cercatori d’oro americani impegnati nella Golden Rush di fine Ottocento – ha diviso e fatto discutere i puristi dell’eleganza, almeno fino a quando re Giorgio Armani lo ha definitivamente sdoganato all’inizio degli anni Ottanta, così quando si tratta di pubblico finanziamento per sostenere i costi della politica, o meglio dei partiti politici, l’opinione pubblica si divide tra favorevoli e contrari, accesi sostenitori e radicali abolizionisti. Vedremo come andrà a finire, ovvero se il governo Letta ce la farà ad essere come king Giorgio (lo stilista) e se i partiti che durante la campagna elettorale si erano dichiarati contrari manterranno fede alle loro promesse, Pdl in prims.
Ai più giovani è opportuno però ricordare che sul tema dei costi dell’attività dei partiti, quindi sulla loro necessità di reperire i fondi necessari per sostenerli, siano essi pubblici e leciti o privati e spesso meno leciti, abbiano avuto origine le vicende degli ultimi venti anni della nostra Repubblica, portando all’arrivo di un Cavaliere di Arcore e, di fatto, alla situazione attuale. Mi riferisco quella serie di avvenimenti degli inizi anni novanta che la cronaca e la storia hanno chiamato Tangentopoli, periodo legato indissolubilmente alla figura di un magistrato, Antonio Di Pietro, e di uno dei pochissimi leader politici che questo Paese abbia mai avuto, Bettino Craxi.
Il buon senso mi induce ad evitare commenti sul primo, mentre è interessante notare come il socialista Bettino Craxi fosse contrario al finanziamento pubblico ai partiti, ritenendo che il contributo dello Stato, ovvero dei cittadini, mascherasse una grande ipocrisia di fondo: quella di non essere sufficiente nemmeno per l’ordinaria gestione di un piccolo partito, rendendo necessario il ricorrere comunque alle sovvenzioni private. In particolare, Craxi sosteneva che i principali beneficiari dell’evoluzione economica e sociale del Paese attraverso la politica fossero soprattutto gli industriali, pertanto spettasse a loro sostenere le spese dei partiti. Da qui la sua convinzione che i paesi industrializzati sono democratici perché il denaro circola tra tutti i movimenti / partiti politici ed è proprio questo il meccanismo della vera democrazia. Non a caso, usava citare gli Stati Uniti d’America quale unico vero Paese democratico, dove le lobby (altro argomento di moda in questi mesi in Italia) si preoccupano di finanziare una parte politica affine ai propri interessi per facilitare il percorso di un determinato progetto di legge presso le istituzioni. Ed il partito finanziato? Rilascia poi regolare fattura e tutto viene fatto alla luce del sole.
Cosa avvenne poi da quel 1992 che segnò l’inizio di Tangentopoli è cosa nota, mentre la domanda sul perché si è investigato con accanimento su alcuni e non su altri è ancora priva di una risposta: difficile capire la logica che ha guidato la mano dei giudici e sono ancora fumosi i criteri seguiti nella scelta degli indagati. Nondimeno, senza voler entrare nel merito della vicenda, di fatto sulla questione del finanziamento illecito ai partiti si è ridotta in pezzi la Democrazia Cristiana, si è colpevolmente demonizzato Bettino Craxi ed il progetto di modernizzazione che rappresentava il suo guardare con favore ad un modello di repubblica dove il “decisionismo” governativo potesse essere il fattore principale per affrontare con tempismo ed efficacia i cambiamenti geopolitici già allora in embrione e che sono esplosi in seguito. E’ inoltre curioso che, allora, siano stati proprio i post-comunisti a pensare di godere i benefici di quell’ondata di giustizialismo e del conseguente vuoto di potere che si era creato, invece arrivò Silvio Berlusconi a mettere i bastoni tra le ruote e, probabilmente, non lo hanno ancora perdonato.
In conclusione, se da una parte è inutile guardare alla situazione attuale con lo specchietto retrovisore, dall’altra è indubbio che la vicenda Tangentopoli quantomeno ci insegna la centralità della questione finanziamento pubblico e le sue ripercussioni non solo economiche e giudiziali, bensì quelle legate alla vita democratica del Paese. Per evitare che in futuro qualcuno si alzi da uno scranno del Parlamento e puntando il dito verso i colleghi affermi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, per evitare poi vergognosi lanci di monetine, confido che si ponga fine ad una ipocrisia diffusa e si elimini definitivamente ciò che peraltro i cittadini hanno da tempo espresso di non volere, restituendo loro la dignità di saper valutare e decidere chi possa rappresentarli.

martedì 23 luglio 2013

La professionalità è tutto, anche in politica


22 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
La professionalità è tutto, anche in politica
Sostenere che le circostanze mettano più volte nel corso della nostra vita ognuno di noi nella condizione di dover prendere decisioni non è un’opinione, bensì un fatto. È possibile affermare che la vita stessa sia un susseguirsi di decisioni a volte liberamente prese, ovvero frutto di un meditato ragionamento o dettate dall’istinto e dal sentimento, altre volte imposte da terzi alle quali siamo costretti, per opportunità o convenienza, a sottometterci pur non condividendole. In ogni caso, attraverso le nostre decisioni, operiamo delle scelte: quelle passate hanno contribuito a realizzare il presente di ognuno di noi e quelle future disegneranno il nostro domani. Grazie proprio alle scelte fatte, negli anni accumuliamo quel bagaglio di conoscenza, esercizio e valutazioni delle nostre decisioni che è possibile definire in un’unica parola: esperienza.
Nella nostra sfera privata, utilizziamo tutti i giorni in modo più o meno consapevole l’esperienza acquisita mettendola a disposizione di noi stessi, dei familiari, dei collaboratori o del datore di lavoro, nell’auspicio che ciò possa essere di aiuto e beneficio, oppure esempi da evitare, nel prendere nuove decisioni, ponendo quindi i migliori presupposti delle scelte che ne conseguiranno. In altre parole, è quello che ci induce a progredire, cioè a renderci migliori nei rapporti con gli altri ed a migliorare la qualità della nostra vita.
In particolare, nel solo ambito della sfera lavorativa, partendo dalla base di una adeguata formazione fornita dalla scuola e dall’università, sono proprio le esperienze dirette in un determinato settore a fornirci quelle competenze specifiche che usiamo poi chiamare professionalità. Tale termine è certamente tra le parole più usate e spesso coccolate, soprattutto negli ultimi anni di crisi e recessione, da chi si occupa a vario titolo di lavoro, economia e di processi produttivi: tutti sono concordi nell’affermare che la professionalità sia il fattore determinante per il successo di una impresa, un valore al quale ispirare tutta l’organizzazione aziendale. Giustamente.
È curioso notare come queste due parole, esperienza e professionalità, abbiano assunto carattere di secondaria importanza quando invece si tratta di un mestiere che riguarda ed interessa il presente ed il futuro di tutti i cittadini: quello del politico professionista. Per certi versi, diventano addirittura fattori negativi e valutati come minus allorché si è chiamati al voto. Certo, riferendosi agli esempi passati, è facile l’obiezione che non sempre i “nostri” politici siano stati campioni di professionalità: anzi la storia ci insegna come più e più volte abbiano esercitato la professione con un occhio particolare al proprio tornaconto personale invece che con la giusta attenzione e spirito di sacrificio per l’interesse collettivo.
Ciò nonostante, il pericolo di generalizzare – e svilire così la decisione di un individuo di dedicarsi professionalmente al mestiere di politico ed alla vita pubblica – può provocare effetti ancora più gravi. Come nella sfera privata, anche nello sviluppo della carriera politica, la professionalità deve essere il risultato di una specifica esperienza quotidiana che parta dai più semplici consigli di zona, sviluppandosi via via a quelli comunali, provinciali, regionali per arrivare a Roma ed in Europa. Solo un percorso di questo tipo, che parte dalla gavetta, basandosi poi sulle caratteristiche di merito e capacità individuali - con una evoluzione dei ruoli che possa consentire loro di essere efficaci nei confronti non solo delle situazioni da affrontare, prendendo appunto le decisioni corrette e facendo le giuste scelte - può renderli forti e determinati rispetto a quelle figure granitiche ed inamovibili che sono i burocrati di Stato nelle pubbliche amministrazioni, ancora più “liberi” di far danno tessendo fili invisibili che inevitabilmente legano lo spirito riformista quando il politico di riferimento non è sorretto da esperienza e competenza, ovvero dalla professionalità del suo mestiere.

Ricordando un certo statista, Alcide De Gasperi, il quale confessò alla moglie che non sarebbe stato capace di fare altro mestiere nella vita che non il politico, viene da chiedersi quanti, tra gli attuali parlamentari provenienti dalla cosiddetta società civile, abbiano mai fatto parte di un consiglio o firmato una delibera comunale, per non parlare poi di quanti abbiamo mai svolto un ruolo da amministratore pubblico, assessore o sindaco di un comune. E quanti, al contrario, siedono su quegli scranni o nelle commissioni solo perché “miracolati” da un novello demiurgo o dalla disponibilità del proprio portafoglio? Chissà…

mercoledì 17 luglio 2013

Renzi, leader o bluff ?


15 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Renzi, leader o bluff?
È un politico che di mestiere fa il sindaco - o viceversa… come preferite – ma se fosse uno sciatore professionista, Matteo Renzi sarebbe certamente tra i campioni dello slalom, in entrambe le specialità, del gigante e dello speciale. Dotato di indubbio talento comunicativo, è estroverso e spavaldo quanto basta, guascone negli atteggiamenti, a volte sfrontato come lo era stato negli anni novanta Alberto Tomba, un campione capace di vincere campionati del mondo ed ori olimpici in quelle discipline.
SENZA RIVALI
Come l’Albertone nazionale con gli sci riusciva ad attirare le simpatie degli italiani, inchiodandoli di fronte allo schermo in occasione delle sue gare, così Renzi riesce nell’impresa di attirare spettatori quando partecipa ai talk show, ai dibattiti politici ed anche quando si concede comparsate veloci in spettacoli, diciamo, meno impegnati ma con grandi indici d’ascolto. E come il primo non aveva a suo tempo rivali nella squadra azzurra che potessero oscurare la sua luce di popolarità, il secondo si ritrova senza competitor di peso nel suo partito politico, il Pd. In sintesi, riesce a piacere a tutti, o perlomeno a molti.

POCA ESPERIENZA?
A ben guardare, tuttavia, è possibile trovare alcune differenze tra i due personaggi. Tomba la Bomba, lo sciatore professionista, non ha mai dovuto scegliere se privilegiare il gigante o lo speciale per ottenere cinquanta vittorie complessive in Coppa del Mondo, oltre alle medaglie d’oro olimpiche e mondiali. Al contrario, Renzi nonostante vent’anni di carriera sulle spalle, ha partecipato solo a una prova di qualificazione per  la competizione d’interesse nazionale nella speranza di vincere il titolo che desidera, peraltro arrivando secondo ed ammettendo sportivamente la sconfitta. Dopo di allora, ha continuato l’allenamento da Palazzo Vecchio, ufficialmente facendo il sindaco, formalmente destreggiandosi tra i paletti del partito, una squadra che non lo ama particolarmente, dove molti vecchi “campioni” lo guardano con sospetto ed alcuni tifosi, gli ultras, non lo sopportano. Trovandosi poi un compagno di squadra alla guida del Paese, di conseguenza sempre sotto i riflettori, scalpita sempre più ed intensifica gli allenamenti nel tentativo di batterlo, ma sempre con un sorriso sulle labbra, lisciandolo e bacchettandolo a secondo delle circostanze e, soprattutto, sorge il sospetto, delle sue convenienze.

UNA POLITICA LOGORANTE
Il talento di Tomba gli consentiva di inforcare gli sci ed affrontare la gara passando attraverso i punti obbligati dei paletti, arrivando al traguardo nel minor tempo che gli era possibile, e così spesso vinceva. Poi riusciva grazie a quel talento unito al suo carattere ad attirarsi le simpatie della gente, quindi popolarità, successo e conseguenti lauti guadagni. Renzi ha un’ottima attrezzatura fatta di predisposizione naturale al ruolo di leader, ma l’impressione è quella che sia talmente concentrato sulla tecnica di come schivare i paletti, disegnando così ampie curve da destra a sinistra e mutevoli traiettorie, da perdere di vista l’obiettivo finale, ovvero che la coppa si solleva percorrendo la pista nel minor tempo possibile, evitando magari di cadere sfiancati in prossimità del traguardo, dove peraltro non ci sono più porte da attraversare e nemmeno paletti da evitare.

ALLA PROVA DEL GOVERNO
I successi sportivi sono il prodotto che ha consentito a Tomba di diventare un ottimo pubblicitario di se stesso, garantendogli fama e successo. Renzi, che di fatto non ha ancora vinto nulla, al contrario, riesce a promuovere molto bene la confezione, ovvero se stesso, facendo così crescere l’aspettativa nazionale nei suoi confronti. Fa bene, sappiamo che tutto ciò è indispensabile per spiccare il volo in politica ed assurgere al ruolo di guida del Paese. Come non augurargli che dopo le ampie curve dei suoi slalom ci sia anche un buon prodotto? In ogni caso,prima o poi, dovrà aprire la scatola che lo contiene: in quel momento, finalmente, gli italiani potranno scoprire di che si tratta e decidere così se acquistarlo o meno.