venerdì 14 giugno 2013

Perché non può esserci una scossa all’economia


13 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net
Perché non può esserci una scossa all'economia
O si cambiano gli italiani, tutti, oppure si riforma l’assetto istituzionale, intervenendo quindi sulla causa e non sull’effetto, conferendo all’esecutivo, eletto direttamente dal popolo, il concreto potere di governare senza dover continuamente sottostare agli umori della gente e del Palazzo...
Caro direttore,
il ministro dello Sviluppo economico incassa i fischi dalla platea di Confcommercio. Una sonora contestazione dei commercianti, peraltro senza che Flavio Zanonato abbia esplicitamente confermato il previsto aumento dell’Iva.
Commette un’ingenuità che non è consentita a un esponente del governo in un momento in cui gli animi sono, giustamente, molto agitati e preoccupati. Poi, in un maldestro tentativo di recupero, sbaglia tentando di giustificare la sortita nel ricordare che il provvedimento era stato programmato dal precedente governo Monti.
Guarda nello specchietto retrovisore, il ministro, non capendo che gli imprenditori chiedono di essere illuminati sulla strada che l’attuale governo intende percorrere, auspicando che le buche rappresentate dalle imposte e dalla burocrazia siano prontamente sistemate, ovvero vengano eliminati balzelli e laccioli e, soprattutto, non ne siano creati di nuovi.
Vedremo sull’Iva cosa deciderà il governo nei prossimi giorni, ma è significativo notare la discrasia dell’intervento del ministro, peraltro comune ad altre recenti infelice sortite di unsottosegretario alla cultura e al turismo sulla, a suo dire, scarsa qualità della cucina italiana sollevando, giustamente a mio parere, dure prese di posizione da parte dei diretti interessati. Per non citare poi quelle del ministro Cécile Kyenge sullo ius soli e le proteste sollevate a Milano per un suo presunto uso disinvolto della scorta ed il mancato rispetto dei sensi unici.
Quindi, si potrebbe pensare che una siffatta mancanza di coordinamento provochi uscite ed apparizioni pubbliche quantomeno ingenue da parte di alcuni esponenti del governo, e che la stessa  abbia origine da una sostanziale confusione che aleggia su palazzo Chigi, quella che il Financial Times definisce come una sorta di letargo prolungato del premier Letta, esortandolo ad agire, a fare.
Tuttavia, Letta non è certamente uno sprovveduto, tantomeno un incapace o un inetto privo di esperienza politica. Se da una parte alcuni esponenti del suo governo sono, diciamo, vittime dell’inesperienza che li porta a commettere ingenuità o errori come quelli citati, dall’altra è il modello istituzionale che ostacola una decisa quanto rapida velocità d’azione. Quell’apparente mancanza di cogliere a fondo l’importanza del “fattore tempo” nell’azione di governo altro non è che il risultato dei vincoli che si creano dall’influenza esercitata dai partiti, ovvero dai reciproci out out, a volte veri e propri steccati e veti incrociati che derivano dalla necessità di mantenere e difendere il loro consenso e bacino elettorale.
Una democrazia parlamentare diventa quindi un costo in termini di tempi decisionali e conseguenti azioni dirette sul sistema produttivo, finanziario e sociale che non ci possiamo più permettere perché, avvitandosi su se stessa anche a  causa dell’eterogeneità e della volubilità degli italiani, oltre che dalla mediazione di partiti politici logori e in alcuni casi finiti, di fatto è palesemente inadeguata ai dinamici tempi di reazione richiesti dalla nuova geografia politica ed economica mondiale.
In conclusione: o si cambiano gli italiani, tutti, oppure si riforma l’assetto istituzionale, intervenendo quindi sulla causa e non sull’effetto, conferendo all’esecutivo, eletto direttamente dal popolo, il concreto potere di governare senza dover continuamente sottostare agli umori della gente e del palazzo. Il modello semipresidenzialista risponde a questa improcrastinabile esigenza responsabilizzando nel contempo anche noi cittadini nel metterci di fronte alle nostre scelte.
Con buona pace dei timorosi preoccupati degli esempi sudamericani e dei paladini dell’immutabilità della più bella del mondo contrari a questa riforma, è bene ricordare che i regimi autoritari e dittatoriali si formano laddove c’è assenza di una adeguata azione di governo e non viceversa.

lunedì 10 giugno 2013

Berlusconi e Consulta, terremoto a Palazzo Chigi?


07 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net
Berlusconi e Consulta, terremoto a Palazzo Chigi?
Mancano pochi giorni a quella fatidica data, il 19 giugno, quando la Corte Costituzionale sarà chiamata ad esprimersi sui destini di un processo che ha condannato il vincitore delle ultime elezioni, soprattutto del post elezioni, a una pena che lo vedrebbe interdetto dai pubblici uffici, quindi fuori dal Parlamento.
TERREMOTO A PALAZZO CHIGI?
Sulla rilevanza dei processi a carico di Silvio Berlusconi rispetto al futuro destino del governo Letta si è scritto di tutto e di più. Al di là delle dichiarazioni di circostanza più volte ribadite sui media dai vari protagonisti, solo un ingenuo può pensare che una sentenza avversa al leader del Pdl non comporti un terremoto a Palazzo Chigi, come peraltro solo uno sprovveduto può identificare la fine della storia politica di Berlusconi con una sua eventuale eliminazione dal Senato.
LEGATI AL DESTINO DI BERLUSCONI
Quindi i delicati equilibri di un governo di larghe intese, anomalo quanto straordinario nei numeri della sua maggioranza, trattandosi di un governo politico e non tecnico, vivono appesi a quel fragile filo lungo seicento chilometri, ordito tra i palazzi della politica romana e della giustizia milanese, dove sono in molti a pensare che la legge sia uguale per tutti ma non tutti sono uguali di fronte ai pubblici ministeri.
LA FORZA DEL CONSENSO POPOLARE
La forza di Silvio Berlusconi deriva dal consenso popolare. Senza entrare nel merito di stucchevoli questioni sui contenuti della sua proposta politica ed analisi sociologiche che, dopo venti anni, di successi ed alcuni fallimenti, ancora lo determinano, è pacifico che il leone di Arcore è ancora il sovrano indiscusso del suo partito e si conferma quale riferimento politico personale di un terzo degli italiani, peraltro in crescita nei sondaggi.
LA STRATEGIA DEL CAVALIERE
Tuttavia, dopo aver vinto molte battaglie nei confronti dei giudici milanesi con assoluzioni o prescrizioni, la sua guerra personale ai giudici milanesi è giunta allo scontro finale. Da abile stratega, Berlusconi è pienamente consapevole che le battaglie si vincono prima di essere combattute, quindi che fa? Gli organizzano manifestazioni di piazza per compattare i proseliti, manda avanti gli esploratori, in particolare una, la Santanché con le sue esternazioni, l’ultima delle quali paventa addirittura una eventuale rivolta fiscale degli elettori del centrodestra in caso di condanna definitiva del Cavaliere.
Ma non basta, occorre andare oltre: bisogna individuare uno spunto tra quelli utilizzati in campagna elettorale per rinvigorire il sostegno ed il consenso popolare. La soluzione? E’ a portata di mano: è Letta, ovvero utilizzare il suo governo (che è quello voluto da Berlusconi) esortandolo a battere i pugni sul tavolo europeo, opponendosi al rigore della Cancelliera Merkel e dell’egemonia tedesca sulle decisioni del consesso europeo.
DALLA PARTE DEL POPOLO
A prescindere dalle singole opinioni in merito alla bontà delle strategie e delle azioni dei troppi burocrati europei in questi ultimi cinque anni di crisi, dalle considerazioni su una moneta unica di tutti e di nessuno, paradossalmente nata prima di una unione fiscale europea, quello di Berlusconi è un colpo da maestro. Nel merito, è ininfluente l’atteggiamento che il premier Letta assumerà nei confronti dei colleghi, in particolare della Merkel, rispetto all’obiettivo che il Cavaliere raggiunge: cavalca il sentiment popolare, diventandone così il paladino, l’uomo che esortando il governo a non piegarsi ai diktat di Berlino conforta i cittadini italiani, alcuni direbbero illude, dando loro una possibile soluzione alternativa e definitiva per una nuova via da percorrere e sconfiggere la paura del futuro.
Incamera punti di consenso, utilissimi e spendibili a breve per evitare che quel prossimo 19 giugno si prospetti come una giornata nera per il Cavaliere e temo, purtroppo, per tutti i cittadini italiani. In ogni caso, è sempre lui, è sempre Silvio Berlusconi, angelo o diavolo, a fare notizia.

giovedì 6 giugno 2013

Renzi, che cosa vuoi fare da grande?


06 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.fromiche.net

Renzi, che cosa vuoi fare da grande?
Quello che alla fine traspare con le sue ultime sortite, e soprattutto viene percepito, è uno stato confusionale che fa a pugni con l’immagine di chiarezza, novità e decisionismo che l’abile sindaco di Firenze si è costruito nel tempo. E l'ultima intervista al Corriere contribuisce a rafforzare questa sensazione... Ecco perché
In queste ultime settimane è curioso osservare come il paladino del rinnovamento, della politica del fare, del “poche chiacchiere e pedalare”, abbia assunto un comportamento ondivago, a volte infastidito, sempre più sfuggente. Curioso perché quel paladino di nome fa Matteo e di cognome Renzi.
Il guascone toscano possiede il dono di saper recepire gli umori della gente come pochi altri leader politici italiani (paragonabile credo ad uno solo che lo invitò a pranzo a casa sua per studiarlo),  il talento di  tradurli in messaggi semplici e comprensibili a tutti e non solo ad una  ristretta cerchia di eletti depositari della verità, con quella giusta dose di populismo che serve per arrivare alla pancia degli elettori. La natura gli ha regalato un fisico che gli consente la spavalderia di presentarsi in tv indossando un giubbotto alla Fonzie, in una trasmissione condotta dalla nazional popolare Maria, che non è sicuramente un salotto intellettuale radical chic caro ai brontosauri bacchettoni del Pd, ma fa milioni di ascolto.
Cosa sta succedendo ora al monello rompiscatole, ex rottamatore del Pd, ovvero cosa vuole fare da grande? Chiamato a rispondere su questioni che riguardano il suo futuro ruolo nello scenario politico nazionale, Renzi appare sostanzialmente poco, per nulla chiaro. Si candiderà a segretario del suo partito? Il monello risponde si, no, forse.. se il partito lo chiamerà. Ma come, caro sindaco, dove è finita la spinta propulsiva, l’attivismo e l’energia delle primarie? Che fai, aspetti?
E sulla premiership? Non era il suo turno, dice. E poi lui userebbe il trapano e non il cacciavite come sostiene stia facendo Letta, lanciandogli peraltro un non piccolo siluro. Da una parte si dichiara disponibile a succedergli, dall’altra la cosa gli interessa poco, almeno nell’immediato futuro. Mah.
Infine sul tema del giorno, il presidenzialismo, Renzi si esprime con toni tiepidamente favorevoli, ma vede di buon occhio anche un premierato forte. Se da una parte riconosce la fondamentale importanza che ci sia qualcuno in grado di assumersi la responsabilità di decidere, dall’altro svilisce così il tutto ad una questione di secondaria importanza ciò che invece riguarda l’assetto istituzionale della Repubblica, con implicazioni dirette nella vita quotidiana di tutti i cittadini.
Quello che alla fine traspare, e soprattutto viene percepito, è uno stato confusionale che fa a pugni  con l’immagine di chiarezza, novità e decisionismo che l’abile sindaco di Firenze si è costruito nel tempo. Sebbene il suo gradimento sia ancora elevato, tutto ciò rischia di avvitarlo in una spirale pericolosa, per i suoi futuri progetti, che sa di stantio e più consona a vecchi modelli di ispirazione e memoria dorotea. Rischia, il monello, che la sua proclamata rivoluzione blairiana, in un Paese volubile come il nostro, resti nell’archivio dei progetti sognati, etichettata come incompiuta: dato il suo talento, le prerogative personali e le indubbie capacità, sarebbe uno spreco e Dante lo condannerebbe sicuramente all’inferno.
Suvvia, Matteo, dicci chiaramente cosa vuoi fare da grande.

mercoledì 5 giugno 2013

Bossi e Maroni s’erano tanto amati


05 - 06 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net 
Bossi e Maroni s'erano tanto amati
Trattasi di uno scontro sugli ideali e la gestione del partito, oppure il tutto si riconduce a una diatriba per questioni economiche?...
Caro Direttore,
come sono lontani i tempi in cui l’Umberto e il Roberto muovevano i primi passi della loro avventura politica attaccando manifesti abusivi che inneggiavano all’indipendenza del Nord, prendevano pure le botte ma ostinatamente andavano avanti. Ne hanno fatta di strada insieme. Ma la politica, dicono, logora i rapporti personali e il potere ancora di più. Già, perché da quel tempo, occorre riconoscere che la Lega, da movimento popolare di protesta contro il centralismo romano, ne ha fatta di strada: da Varese è giunta persino a Roma, città capace di omogeneizzare anche i casti e puri barbari padani.
Dopo manette, mortadelle e champagne in Parlamento, i due vecchi amici si sono ritrovati in casa Belsito, la Rosy Mauro vicepresidente del Senato, un presidente del consiglio regionale lombardo, Davide Boni inquisito, peraltro in compagnia di molti altri colleghi. Infine il giovane, intellettuale con tanto di laurea albanese, Renzo, ribattezzato “Trota” dal padre che, almeno in questo, ha saputo dimostrare lucidità e visione. L’anno scorso, in una serata primaverile in quel di Bergamo, a colpi di scopa e al grido di “chi sbaglia paga”, la successione: Maroni viene acclamato nuovo leader, mentre il vecchio e malato Umberto, commosso, recitando il mea culpa, gli consegna di fatto il testimone, accontentandosi di mantenere “solo” alcuni privilegi. Tradotti in soldoni, si scopre oggi che quei benefit ammonterebbero a circa un milione di euro l’anno…
Viviamo in tempi difficili, la crisi investe anche i partiti ed è sempre più arduo far quadrare i conti. Così il consiglio federale leghista ha deciso il taglio delle spese non collegate all’attività politica del movimento”. Per il Senatùr in gabbia, già ferito nell’orgoglio, è una mazzata, considerando altresì che parte di quel appannaggio era destinata alla scuola privata della moglie ed a segretarie ed assistenti personali.
Troppo duro il colpo, ma il vecchio leone, sebbene acciaccato dall’età e dai malanni, reagisce. Rilascia interviste, fioccano le accuse, gli insulti e le ripicche. “Devo ricostruire la Lega, l’hanno distrutta” ed ancora “aspetto il Congresso, mi candiderò prima che non resti più nulla della Lega” sono i toni più morbidi usati dall’Umberto. Sa di poter contare ancora, di godere di quel carisma rude e efficace nei confronti del popolo leghista della vecchia guardia. Il “civilizzato” Maroni e il fido Matteo Salvini dovranno sudare h24 per fronteggiare il vecchio leader.
Tuttavia il dubbio rimane: trattasi di uno scontro sugli ideali e la gestione del partito, oppure il tutto si riconduce a una diatriba per questioni economiche? Di certo, il “C’eravamo tanto amati” è il titolo ideale per il romanzo leghista che pare giunto a questo desolante e patetico capitolo finale.

lunedì 3 giugno 2013


Caro Saviano, il presidenzialismo non è un tabù

pubblicato su formiche.net 

03 - 06 - 2013Romano Perissinotto
Caro Saviano, il presidenzialismo non è un tabù

I vari Nichi Vendola, Rosy Bindi e persino un onnisciente quanto noioso Roberto Saviano sono ancorati alla paura del cambiamento, al tabù dell’immutata valenza della cosiddetta “Costituzione più bella del mondo”, dimenticando così il periodo storico nel quale fu redatta.
Caro direttore,
diciamolo chiaramente: l’appello lanciato da Giovanni Guzzetta e dal comitato promotore del disegno di legge di iniziativa popolare per una riforma in senso semipresidenziale – presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo, sistema elettorale maggioritario a doppio turno, superamento del bicameralismo perfetto – ha ottenuto un primo, grande successo. Non mi riferisco solo alla straordinaria partecipazione bipartisan alla presentazione dell’iniziativa“Scegliamoci la Repubblica” sabato scorso a Roma, bensì alla crepa che ha provocato nel muro di resistenze e conservatorismo che ha impedito negli ultimi decenni una reale governabilità del Paese, manifestando la sostanziale incapacità del nostro attuale ordinamento di arginare la crisi politica ed evitare che quest’ultima debordasse nelle istituzioni con una crescente disillusione, spesso disaffezione ed a volte avversione dei cittadini.
Positive in tal senso le dichiarazioni di sostegno di alcuni esponenti della sinistra italiana, storicamente la più restia ad un tale cambiamento. Da Walter Veltroni, Romano Prodi al nuovo segretario Guglielmo Epifani per citarne alcuni, riconoscono attraverso le dichiarazioni riportate dai media, l’opportunità rappresentata dal modello francese sotto il profilo di una democrazia che possa essere davvero governante. Evidentemente i risultati delle ultime elezioni devono aver fatto riflettere molto in casa Pd… Dall’altra parte, in casa Pdl, è noto dai tempi della famosa proposta choc di Angelino Alfano e Silvio Berlusconi del 2012, ci si dichiara favorevoli ad una qualche forma di presidenzialismo.
C’è quindi da ben sperare, nonostante le opinioni contrarie di alcuni. I vari Nichi Vendola, Rosy Bindi e persino un onnisciente quanto noioso Roberto Saviano sono ancorati alla paura del cambiamento, al tabù dell’immutata valenza della cosiddetta “Costituzione più bella del mondo”, dimenticando così il periodo storico nel quale fu redatta. Leggo peraltro una sorta di scarsa considerazione verso gli italiani da parte di questi signori, e di ciò sono francamente infastidito.
Al contrario, ciò che si dovrebbe considerare, alla luce degli esiti e della partecipazione popolare al voto, è che gli italiani non sono più disposti a delegare alla mediazione dei partiti, sono stanchi di esecutivi deboli pertanto inadatti a reagire ai cambiamenti geopolitici, economici e sociali e, soprattutto, non sono più disposti a perdonare un ennesimo fallimento che non dovesse vederli direttamente protagonisti.
Intervenendo sabato scorso in qualità di membro del comitato promotore, ho voluto ribadire che la proposta di riforma semipresidenzialista non è una semplice accademia astratta, da salotto intellettuale, bensì riguarda le questioni vere che interessano la vita delle imprese e delle famiglie. Il nostro attuale modello democratico, frammentato nell’offerta politica e così caratterizzato cronicamente da esecutivi deboli frutto di coalizioni instabili, ha fallito ed occorre intervenire.
Non essere in grado di prendere di petto la situazione, di ricorrere a sterili compromessi spesso legati ad ottenere un effimero consenso, o la protesta fine a se stessa è un costo che non ci possiamo più permettere. L’unica soluzione è accentrare il potere di decidere e fare nelle mani di un Presidente la cui legittimità deriva dall’elezione diretta dal popolo. Così saremo tutti più responsabili, cittadini e partiti: in ogni caso, potremo scegliere “l’uomo forte” e non subirlo.

la Terza Repubblica parte da #eleggiamociilpresidente

estratto da  www.publicpolicy.it

DIREZIONE PRESIDENZIALISMO 

Il 14 maggio 2013 Guzzetta & Co. hanno depositato in 
Cassazione un progetto di legge costituzionale di 
iniziativa popolare per "l'introduzione dell'elezione 
popolare diretta del capo dello Stato; la fine del 
bicameralismo; un sistema elettorale per la Camera 
uninominale a doppio turno; la riduzione dei membri della 
Camera politica; un referendum obbligatorio che consenta ai 
cittadini di pronunziarsi su questa riforma". 

Basta modificare l'articolo 83 della Costituzione - "Il 
presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento" - così: 
"Il presidente della Repubblica è eletto a suffragio 
universale a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora 
nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il 
quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio 
tra i due candidati che abbiano conseguito il maggior numero 
di voti". 

La soglia dell'età per essere eletti diventa 35 anni (non 
più 50) e la durata dell'incarico è 4 anni con una sola 
possibilità di rielezione. "Gli atti del presidente della 
Repubblica - si legge ancora - adottati su proposta del 
Primo ministro o dei ministri sono controfirmati dal 
proponente, che se ne assume la responsabilità". 

"Non sono sottoposti a controfirma la nomina e la revoca 
del Primo ministro, l'indizione delle elezioni delle Camere e 
il loro scioglimento, l'indizione dei referendum nei casi previsti 
dalla Costituzione, il rinvio e la promulgazione delle 
leggi, l'emanazione dei decreti-legge e dei decreti 
legislativi delegati, l'invio dei messaggi alle Camere, le 
nomine che sono attribuite al presidente della Repubblica 
dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non 
prevede la proposta del Governo". 

LE ALTRE MODIFICHE 
475 deputati (al posto degli attuali 630), eletti "a 
suffragio universale e diretto, con sistema maggioritario 
uninominale". Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori 
che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i 18 anni (al 
posto degli attuali 25). Il Senato viene eletto invece "in 
forma indiretta" e "assicura la rappresentanza degli enti 
territoriali". Bye bye alle circoscrizioni Estero. 

La durata delle Camere è fissata a 4 anni, uno in meno di 
adesso; il candidato alla presidenza della Repubblica 
risultato non eletto "che abbia ottenuto il maggior numero 
di voti o che abbia partecipato al ballottaggio è membro di 
diritto della Camera". Per quanto riguarda l'opposizione: "I 
regolamenti delle Camere definiscono lo statuto 
dell'opposizione con particolare riferimento all'esercizio 
delle funzioni di controllo e di garanzia". 

La funzione legislativa è esercitata dalla Camera. Per 
quanto riguarda il Senato, secondo la proposta la 
Costituzione prevederà "i casi e i modi" in cui Palazzo 
Madama parteciperà "all'esercizio della funzione 
legislativa". 

"Il Governo della Repubblica - si leggerebbe infine nel 
'nuovo' articolo 92 della Costituzione - è composto del 
Primo ministro e dei ministri, che costituiscono insieme il 
Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica 
nomina e revoca il Primo ministro e, su proposta di questo, 
nomina e revoca i ministri. Il presidente della Repubblica 
presiede il Consiglio dei ministri". (Public Policy)