martedì 3 settembre 2013

Grillo, Renzi, Berlusconi: il carisma dei leader pesano più dei progetti politici


28 - 08 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Grillo, Renzi, Berlusconi: il carisma dei leader pesano più dei progetti politici
Se dovessimo chiedere a cento simpatizzanti di Matteo Renzi – che si dichiarano disponibili a votarlo – i principali punti del suo programma politico, ovvero che cosa contribuirebbero a realizzare con il loro voto, state certi che la stragrande maggioranza di loro risponderebbe con un laconico “non so” e l’intervistatore sarebbe quindi portato a chiedere perché allora lo voterebbero. La risposta sarebbe altrettanto stringata: “lo voterei perché è nuovo”.
Se poi dovessimo porre la stessa domanda agli elettori di Silvio Berlusconi, anche in questo caso non sarebbe una sorpresa scoprire che la maggior parte di loro non conosce che cosa significhi “rivoluzione liberale”, tanto meno la curva di Laffer o il tema del conflitto d’interessi.

La carta vincente del carisma
Eppure, nel comune sentimento popolare, entrambi sono identificati come le persone di riferimento dei rispettivi gruppi politici, ovvero riconosciuti come leader. La caratteristica comune ad entrambi è la capacità di esercitare una forte influenza sulle persone accattivandosi il loro consenso che poi, in politica, si traduce in numero di voti. In sintesi, entrambi possiedono carisma che usano con indubbia capacità comunicativa. Ed è una caratteristica necessaria per chi si propone leader di uno schieramento politico. Addirittura, per il risultato finale, trascende i contenuti della proposta del partito o movimento di appartenenza nella fase fondamentale del processo di affermazione, ovvero in campagna elettorale.

Grillo e Giannino esempi nostrani
A conferma, per citare un caso emblematico, basta ricordare il successo del movimento diBeppe Grillo e chiedersi quanti tra coloro che lo hanno portato con le elezioni di febbraio a risultare il primo partito conoscessero i candidati che li avrebbero poi rappresentati in Parlamento. Oppure, in questo caso quale esempio di insuccesso, ricordare – ahimè – il flop elettorale di Fare Fermare il declino imputabile in gran parte alle vicende personali dell’ottimoOscar Giannino che ne era figura di riferimento, sebbene il contenuto del manifesto e la riconosciuta straordinaria competenza, nonché lucidità, di Oscar nulla avessero a che fare con i suoi titoli accademici e tanto meno dipendessero da questi ultimi.

Come deve comunicare la politica
L’errore più banale che commettono molti professionisti della politica, aspiranti candidati al Parlamento e persino presunti leader di partito è quello di pensare e comunicare come se il popolo degli elettori si occupasse tutti i giorni di politica, che siano tutti una sorta di tecnici addetti ai lavori: ebbene, non è così.
Certamente non perché gli italiani siano – come alcuni intellettualoidi snob radical chic da salotto sostengono – un insieme di qualunquisti, refrattari e pigri ad interessarsi della res pubblica. Hanno invece, più semplicemente, interessi e spesso problemi quotidiani più impellenti di cui occuparsi ed ai quali dedicano la maggior parte della loro giornata: il lavoro, i figli, le rate del mutuo, la spesa al supermercato, la pensione che non basta ad arrivare a fine mese, andare in vacanza o al ristorante.

Imparare a raccontarsi e a interpretare
In sintesi, hanno bisogni da soddisfare e paure da sconfiggere: chi, in politica, ha saputo e le saprà interpretare e tradurre in risposte semplici, dosate in giusta misura al cervello, al cuore ed alla pancia – non necessariamente nell’ordine – ha potuto e potrà pensare a buon titolo di raggiungere l’obiettivo della vittoria perché, in ultima istanza la gente o, se preferite la massa, ha sempre un estremo ed innato bisogno: quello di identificarsi anche inconsciamente in un riferimento che abbia il volto di una persona che sappia raccontare e raccontarsi, un leader che li aiuti anche a sognare un futuro migliore che difficilmente è riconoscibile da tutti nelle pagine di un freddo programma elettorale.

lunedì 26 agosto 2013

Il prossimo leader del centrodestra deve concorrere, e non competere, con Berlusconi


26 - 08 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Pare proprio che non se ne possa fare a meno: è sempre lui, il condannato in via definitiva, il novello statista fautore e principale attore del governo delle larghe intese, l’agnello sacrificale vittima dell’odio e dell’invidia di una controparte incapace di competere sul terreno dei contenuti e, diciamo, costretta a rivolgersi a terzi togati nel tentativo di abbatterlo, il leader amato dai suoi elettori ma temuto dai suoi eletti in Parlamento, l’uomo dalle mille cadute ed altrettante risalite.
Pensatela come volete, siate di destra o di sinistra, di centro o protestanti grillini, ma resta il fatto, paradossale soprattutto per i suoi antagonisti, che il dominus della scena politica nazionale rimane sempre lui, Silvio Berlusconi. E lo sarà ancora per molto, nonostante le condanne ed i suoi più intimi desideri, alcuni apertamente manifestati ed altri che non può dichiarare per ovvie questioni di convenienza, pubblica e privata.
D’altronde, a settantacinque anni suonati da un pezzo, il Cavaliere avrebbe tutto il diritto di godersi le sue ricchezze, le sue passioni, i suoi affetti e la sua giovane fidanzata: chi potrebbe biasimarlo se dovesse decidere di abbandonare la scena e ritirarsi? Nessuno, se sano di mente …
Tuttavia, gli impediscono di vivere una serena terza età. E non mi riferisco alle sentenze di una magistratura che pare usi la lente di ingrandimento su alcune questioni mentre è miope su altre – atteggiamento peraltro già visto fin dai tempi di Mani Pulite – e nemmeno alle azioni contraddittorie di una sinistra lacerata su tutto ma unita solo sul fronte dell’antiberlusconismo, quindi condannata a perdere.
La prima lo ha di fatto consacrato martire, sulla seconda è meglio stendere un velo pietoso per non infierire sul moribondo, al cui capezzale hanno persino rifiutato il soccorso di un medico toscano che aveva proposto cure innovative ma che rischiano oggi di trasformarsi in vecchie e superate terapie, inefficaci per superare una malattia che pare essere congenita.
Come si è rivelato dall’esito delle ultime elezioni, con tutte le conseguenze negative che oggi siamo costretti a vivere come Paese e come cittadini ed imprese, la questione di fondo non è la figura ingombrante di Silvio Berlusconi, ma l’assenza nel centrodestra di un leader che possa catalizzare il consenso della maggioranza degli italiani con il carisma e la capacità comunicativa del Cavaliere.
Una tale figura non c’è nel parco faunistico di molti che, senza la presenza del capo, sarebbero solo degli sbandati e disperati esponenti del suo partito (ex partito?) e, purtroppo, al momento non se ne vedono in quei movimenti che per affinità di contenuti e visione potrebbero essergli vicini, vittime peraltro di personalismi e del vizio di guardare la situazione con lo specchietto retrovisore, andando così a sbattere contro un realtà fatta di cocenti delusioni nell’urna.
Ciò che serve oggi nell’area che per semplicità di linguaggio chiamiamo centrodestra, èconcorrere con l’anziano leader di Arcore per ricostruirla. Al contrario, competere con Berlusconi sarebbe un ennesimo errore che porterebbe al caos, un vuoto che sarebbe riempito dagli estremi, miracolati parlamentari intenti a far chiacchiere e proteste ma inefficaci nella sostanza di una adeguata azione di governo.
Chi ne avrà la consapevolezza e saprà porsi come interlocutore e non competitore di Berlusconi avrà modo di raccogliere le istanze dei suoi elettori e contribuire a realizzare un soggetto politico nuovo, non viziato da lotte intestine, consapevole degli obbiettivi e deciso sulle azioni da fare, potrà così ambire al suo consenso e candidarsi alla guida del Paese dopo la parentesi dell’attuale, frutto di un’anomala maggioranza coatta. Se c’è, si faccia avanti ed “usi” lo strumento Berlusconi, aiutandolo a godersi serenamente ciò che gli resta da vivere

giovedì 25 luglio 2013

Rimborso elettorale, un tema che va affrontato (senza ipocrisia)


24 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net
Rimborso elettorale, un tema che va affrontato (senza ipocrisia)
Il dibattito politico sul tema del finanziamento pubblico ai partiti, pardon sul rimborso elettorale, è un po’ come il jeans nell’abbigliamento di tutti i giorni: non passa mai di moda. E come il pratico tessuto – pensato originariamente dal geniale Levi Strauss quale indumento di lavoro per i cercatori d’oro americani impegnati nella Golden Rush di fine Ottocento – ha diviso e fatto discutere i puristi dell’eleganza, almeno fino a quando re Giorgio Armani lo ha definitivamente sdoganato all’inizio degli anni Ottanta, così quando si tratta di pubblico finanziamento per sostenere i costi della politica, o meglio dei partiti politici, l’opinione pubblica si divide tra favorevoli e contrari, accesi sostenitori e radicali abolizionisti. Vedremo come andrà a finire, ovvero se il governo Letta ce la farà ad essere come king Giorgio (lo stilista) e se i partiti che durante la campagna elettorale si erano dichiarati contrari manterranno fede alle loro promesse, Pdl in prims.
Ai più giovani è opportuno però ricordare che sul tema dei costi dell’attività dei partiti, quindi sulla loro necessità di reperire i fondi necessari per sostenerli, siano essi pubblici e leciti o privati e spesso meno leciti, abbiano avuto origine le vicende degli ultimi venti anni della nostra Repubblica, portando all’arrivo di un Cavaliere di Arcore e, di fatto, alla situazione attuale. Mi riferisco quella serie di avvenimenti degli inizi anni novanta che la cronaca e la storia hanno chiamato Tangentopoli, periodo legato indissolubilmente alla figura di un magistrato, Antonio Di Pietro, e di uno dei pochissimi leader politici che questo Paese abbia mai avuto, Bettino Craxi.
Il buon senso mi induce ad evitare commenti sul primo, mentre è interessante notare come il socialista Bettino Craxi fosse contrario al finanziamento pubblico ai partiti, ritenendo che il contributo dello Stato, ovvero dei cittadini, mascherasse una grande ipocrisia di fondo: quella di non essere sufficiente nemmeno per l’ordinaria gestione di un piccolo partito, rendendo necessario il ricorrere comunque alle sovvenzioni private. In particolare, Craxi sosteneva che i principali beneficiari dell’evoluzione economica e sociale del Paese attraverso la politica fossero soprattutto gli industriali, pertanto spettasse a loro sostenere le spese dei partiti. Da qui la sua convinzione che i paesi industrializzati sono democratici perché il denaro circola tra tutti i movimenti / partiti politici ed è proprio questo il meccanismo della vera democrazia. Non a caso, usava citare gli Stati Uniti d’America quale unico vero Paese democratico, dove le lobby (altro argomento di moda in questi mesi in Italia) si preoccupano di finanziare una parte politica affine ai propri interessi per facilitare il percorso di un determinato progetto di legge presso le istituzioni. Ed il partito finanziato? Rilascia poi regolare fattura e tutto viene fatto alla luce del sole.
Cosa avvenne poi da quel 1992 che segnò l’inizio di Tangentopoli è cosa nota, mentre la domanda sul perché si è investigato con accanimento su alcuni e non su altri è ancora priva di una risposta: difficile capire la logica che ha guidato la mano dei giudici e sono ancora fumosi i criteri seguiti nella scelta degli indagati. Nondimeno, senza voler entrare nel merito della vicenda, di fatto sulla questione del finanziamento illecito ai partiti si è ridotta in pezzi la Democrazia Cristiana, si è colpevolmente demonizzato Bettino Craxi ed il progetto di modernizzazione che rappresentava il suo guardare con favore ad un modello di repubblica dove il “decisionismo” governativo potesse essere il fattore principale per affrontare con tempismo ed efficacia i cambiamenti geopolitici già allora in embrione e che sono esplosi in seguito. E’ inoltre curioso che, allora, siano stati proprio i post-comunisti a pensare di godere i benefici di quell’ondata di giustizialismo e del conseguente vuoto di potere che si era creato, invece arrivò Silvio Berlusconi a mettere i bastoni tra le ruote e, probabilmente, non lo hanno ancora perdonato.
In conclusione, se da una parte è inutile guardare alla situazione attuale con lo specchietto retrovisore, dall’altra è indubbio che la vicenda Tangentopoli quantomeno ci insegna la centralità della questione finanziamento pubblico e le sue ripercussioni non solo economiche e giudiziali, bensì quelle legate alla vita democratica del Paese. Per evitare che in futuro qualcuno si alzi da uno scranno del Parlamento e puntando il dito verso i colleghi affermi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, per evitare poi vergognosi lanci di monetine, confido che si ponga fine ad una ipocrisia diffusa e si elimini definitivamente ciò che peraltro i cittadini hanno da tempo espresso di non volere, restituendo loro la dignità di saper valutare e decidere chi possa rappresentarli.

martedì 23 luglio 2013

La professionalità è tutto, anche in politica


22 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
La professionalità è tutto, anche in politica
Sostenere che le circostanze mettano più volte nel corso della nostra vita ognuno di noi nella condizione di dover prendere decisioni non è un’opinione, bensì un fatto. È possibile affermare che la vita stessa sia un susseguirsi di decisioni a volte liberamente prese, ovvero frutto di un meditato ragionamento o dettate dall’istinto e dal sentimento, altre volte imposte da terzi alle quali siamo costretti, per opportunità o convenienza, a sottometterci pur non condividendole. In ogni caso, attraverso le nostre decisioni, operiamo delle scelte: quelle passate hanno contribuito a realizzare il presente di ognuno di noi e quelle future disegneranno il nostro domani. Grazie proprio alle scelte fatte, negli anni accumuliamo quel bagaglio di conoscenza, esercizio e valutazioni delle nostre decisioni che è possibile definire in un’unica parola: esperienza.
Nella nostra sfera privata, utilizziamo tutti i giorni in modo più o meno consapevole l’esperienza acquisita mettendola a disposizione di noi stessi, dei familiari, dei collaboratori o del datore di lavoro, nell’auspicio che ciò possa essere di aiuto e beneficio, oppure esempi da evitare, nel prendere nuove decisioni, ponendo quindi i migliori presupposti delle scelte che ne conseguiranno. In altre parole, è quello che ci induce a progredire, cioè a renderci migliori nei rapporti con gli altri ed a migliorare la qualità della nostra vita.
In particolare, nel solo ambito della sfera lavorativa, partendo dalla base di una adeguata formazione fornita dalla scuola e dall’università, sono proprio le esperienze dirette in un determinato settore a fornirci quelle competenze specifiche che usiamo poi chiamare professionalità. Tale termine è certamente tra le parole più usate e spesso coccolate, soprattutto negli ultimi anni di crisi e recessione, da chi si occupa a vario titolo di lavoro, economia e di processi produttivi: tutti sono concordi nell’affermare che la professionalità sia il fattore determinante per il successo di una impresa, un valore al quale ispirare tutta l’organizzazione aziendale. Giustamente.
È curioso notare come queste due parole, esperienza e professionalità, abbiano assunto carattere di secondaria importanza quando invece si tratta di un mestiere che riguarda ed interessa il presente ed il futuro di tutti i cittadini: quello del politico professionista. Per certi versi, diventano addirittura fattori negativi e valutati come minus allorché si è chiamati al voto. Certo, riferendosi agli esempi passati, è facile l’obiezione che non sempre i “nostri” politici siano stati campioni di professionalità: anzi la storia ci insegna come più e più volte abbiano esercitato la professione con un occhio particolare al proprio tornaconto personale invece che con la giusta attenzione e spirito di sacrificio per l’interesse collettivo.
Ciò nonostante, il pericolo di generalizzare – e svilire così la decisione di un individuo di dedicarsi professionalmente al mestiere di politico ed alla vita pubblica – può provocare effetti ancora più gravi. Come nella sfera privata, anche nello sviluppo della carriera politica, la professionalità deve essere il risultato di una specifica esperienza quotidiana che parta dai più semplici consigli di zona, sviluppandosi via via a quelli comunali, provinciali, regionali per arrivare a Roma ed in Europa. Solo un percorso di questo tipo, che parte dalla gavetta, basandosi poi sulle caratteristiche di merito e capacità individuali - con una evoluzione dei ruoli che possa consentire loro di essere efficaci nei confronti non solo delle situazioni da affrontare, prendendo appunto le decisioni corrette e facendo le giuste scelte - può renderli forti e determinati rispetto a quelle figure granitiche ed inamovibili che sono i burocrati di Stato nelle pubbliche amministrazioni, ancora più “liberi” di far danno tessendo fili invisibili che inevitabilmente legano lo spirito riformista quando il politico di riferimento non è sorretto da esperienza e competenza, ovvero dalla professionalità del suo mestiere.

Ricordando un certo statista, Alcide De Gasperi, il quale confessò alla moglie che non sarebbe stato capace di fare altro mestiere nella vita che non il politico, viene da chiedersi quanti, tra gli attuali parlamentari provenienti dalla cosiddetta società civile, abbiano mai fatto parte di un consiglio o firmato una delibera comunale, per non parlare poi di quanti abbiamo mai svolto un ruolo da amministratore pubblico, assessore o sindaco di un comune. E quanti, al contrario, siedono su quegli scranni o nelle commissioni solo perché “miracolati” da un novello demiurgo o dalla disponibilità del proprio portafoglio? Chissà…

mercoledì 17 luglio 2013

Renzi, leader o bluff ?


15 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su formiche.net 
Renzi, leader o bluff?
È un politico che di mestiere fa il sindaco - o viceversa… come preferite – ma se fosse uno sciatore professionista, Matteo Renzi sarebbe certamente tra i campioni dello slalom, in entrambe le specialità, del gigante e dello speciale. Dotato di indubbio talento comunicativo, è estroverso e spavaldo quanto basta, guascone negli atteggiamenti, a volte sfrontato come lo era stato negli anni novanta Alberto Tomba, un campione capace di vincere campionati del mondo ed ori olimpici in quelle discipline.
SENZA RIVALI
Come l’Albertone nazionale con gli sci riusciva ad attirare le simpatie degli italiani, inchiodandoli di fronte allo schermo in occasione delle sue gare, così Renzi riesce nell’impresa di attirare spettatori quando partecipa ai talk show, ai dibattiti politici ed anche quando si concede comparsate veloci in spettacoli, diciamo, meno impegnati ma con grandi indici d’ascolto. E come il primo non aveva a suo tempo rivali nella squadra azzurra che potessero oscurare la sua luce di popolarità, il secondo si ritrova senza competitor di peso nel suo partito politico, il Pd. In sintesi, riesce a piacere a tutti, o perlomeno a molti.

POCA ESPERIENZA?
A ben guardare, tuttavia, è possibile trovare alcune differenze tra i due personaggi. Tomba la Bomba, lo sciatore professionista, non ha mai dovuto scegliere se privilegiare il gigante o lo speciale per ottenere cinquanta vittorie complessive in Coppa del Mondo, oltre alle medaglie d’oro olimpiche e mondiali. Al contrario, Renzi nonostante vent’anni di carriera sulle spalle, ha partecipato solo a una prova di qualificazione per  la competizione d’interesse nazionale nella speranza di vincere il titolo che desidera, peraltro arrivando secondo ed ammettendo sportivamente la sconfitta. Dopo di allora, ha continuato l’allenamento da Palazzo Vecchio, ufficialmente facendo il sindaco, formalmente destreggiandosi tra i paletti del partito, una squadra che non lo ama particolarmente, dove molti vecchi “campioni” lo guardano con sospetto ed alcuni tifosi, gli ultras, non lo sopportano. Trovandosi poi un compagno di squadra alla guida del Paese, di conseguenza sempre sotto i riflettori, scalpita sempre più ed intensifica gli allenamenti nel tentativo di batterlo, ma sempre con un sorriso sulle labbra, lisciandolo e bacchettandolo a secondo delle circostanze e, soprattutto, sorge il sospetto, delle sue convenienze.

UNA POLITICA LOGORANTE
Il talento di Tomba gli consentiva di inforcare gli sci ed affrontare la gara passando attraverso i punti obbligati dei paletti, arrivando al traguardo nel minor tempo che gli era possibile, e così spesso vinceva. Poi riusciva grazie a quel talento unito al suo carattere ad attirarsi le simpatie della gente, quindi popolarità, successo e conseguenti lauti guadagni. Renzi ha un’ottima attrezzatura fatta di predisposizione naturale al ruolo di leader, ma l’impressione è quella che sia talmente concentrato sulla tecnica di come schivare i paletti, disegnando così ampie curve da destra a sinistra e mutevoli traiettorie, da perdere di vista l’obiettivo finale, ovvero che la coppa si solleva percorrendo la pista nel minor tempo possibile, evitando magari di cadere sfiancati in prossimità del traguardo, dove peraltro non ci sono più porte da attraversare e nemmeno paletti da evitare.

ALLA PROVA DEL GOVERNO
I successi sportivi sono il prodotto che ha consentito a Tomba di diventare un ottimo pubblicitario di se stesso, garantendogli fama e successo. Renzi, che di fatto non ha ancora vinto nulla, al contrario, riesce a promuovere molto bene la confezione, ovvero se stesso, facendo così crescere l’aspettativa nazionale nei suoi confronti. Fa bene, sappiamo che tutto ciò è indispensabile per spiccare il volo in politica ed assurgere al ruolo di guida del Paese. Come non augurargli che dopo le ampie curve dei suoi slalom ci sia anche un buon prodotto? In ogni caso,prima o poi, dovrà aprire la scatola che lo contiene: in quel momento, finalmente, gli italiani potranno scoprire di che si tratta e decidere così se acquistarlo o meno.

giovedì 11 luglio 2013

Berlusconi? Non ci resta che pregare…


10 - 07 - 2013Romano Perissinotto

pubblicato su www.formiche.net
All’indomani del varo del governo Letta, dopo aver assistito alle figuracce ed ai maldestri tentativi di un machiavellico Bersani, manifestai l’auspicio che lo Spirito Santo o quantomeno il buon senso potesse ispirare le decisioni dei giudici di Milano, sia per quanto riguardava il processo Mediaset, sia per quella che molti giuristi definiscono farsa del cosiddetto procedimento Ruby. Così non è stato e quello che nelle intenzioni di chi scrive voleva essere semplicemente la speranza di un cittadino qualunque è caduto nel vuoto.
Tra luci ed ombre, sono da allora trascorsi alcuni mesi con il premier Letta abile a destreggiarsi tra i vari mal di pancia degli azionisti principali della sua maggioranza e persino qualche recente flatulenza di un ex tecnico, ex opinionista del maggiore quotidiano italiano, forse anche prossimo ex presidente della Bocconi data la contestazione di alcuni docenti di quell’ateneo.
Quella che ebbi modo di definire la miglior soluzione nella peggiore delle situazioni possibili, sembrava navigare così verso i lidi d’agosto, senza avere le vele spiegate, con un andamento lento ma quantomeno prudente nell’evitare le secche.
Succede però che nell’arco di poche ore sia prima segnalato dal Corriere della Sera un possibile errore tecnico/giuridico nella sentenza d’appello del processo Mediaset. La “svista” dei giudici milanesi avrebbe potuto andare a favore del diavolo di Arcore, facendo scattare i termini di prescrizione per uno dei due reati per i quali è stato condannato anche in secondo grado, mettendo così in discussione i tempi di una sua possibile espulsione dal Senato e la sua interdizione dai pubblici uffici. Poi la Suprema Corte, chiamata a porre la parola fine sulla questione, fissa l’udienza in tempi record al 30 luglio, data certamente lecita sotto il profilo formale, ma talmente vicina per i rapidi tempi della giustizia italiana (sic!) che persino il solitamente compassato Avvocato del Diavolo si dichiara sconcertato.
Inevitabili quindi le reazioni di falchi, colombe, pitonesse ed amazzoni del partito del Diavolo, tutti uniti a proclamarsi solidali attorno al Capo. Si è passati dal citare piazzale Loreto e le monetine del Raphael (episodi che comunque rappresentano una triste  pagina nera della nostra nazione e dei quali dovremmo tutti vergognarci) per arrivare all’ipotesi Aventino con un blocco dei lavori parlamentari. Quest’ultima, mentre scrivo, sembra essere rientrata per lasciare il posto ad una pausa di riflessione degli esponenti del Pdl al fine di valutare la situazione, come del resto il vertice di maggioranza previsto per oggi, come ogni giovedì, è rinviato a domani.
Come a suo tempo auspicai il buon senso dei giudici milanesi, oggi mi ritrovo a sperare nella consapevolezza e nel senso di responsabilità del ruolo istituzionale dei parlamentari pidiellini. Non siano vittime di eccessi ed azioni che possano essere interpretati quale forma di ricatto all’esecutivo per fare pressione nei confronti della Cassazione.
Ci sono diversi motivi per evitare le barricate, ne indico due in particolare. Il primo è l’interesse supremo del Paese: non occorre ricordarne la delicatissima situazione per sostenere la necessità di avere un governo stabile: la nebbia paludosa che si potrebbe profilare in caso di nuove elezioni a breve sempre con le stesse regole delle precedenti è ancora più dannosa delle indecisioni che si possono imputare a Letta. I mercati, che vogliono certezze, non capirebbero e.. non oso e non voglio immaginare le conseguenze.
Secondo motivo: l’evidente ostinazione della giustizia nei confronti del Cavaliere, quella che alcuni definiscono persecuzione, risulta paradossalmente un corroborante per la figura di Silvio Berlusconi, un tonico per aumentare il suo già ampio consenso. Ci sono oltre dieci milioni di italiani che lo hanno votato, con buona pace dei giustizialisti dalla facile morale e di una parte della sinistra forcaiola alla quale si aggiunge un folta schiera di miracolati grillini. Ebbene, un Berlusconi “martire” fuori da palazzo ed una Berlusconi in campo con un simbolo di antica memoria e sentimento, sarebbero poi un richiamo irresistibile anche per i delusi, quelli che si sono sentiti traditi dal fallimento della sua promessa rivoluzione liberale.
Eppoi, amici del Pdl, c’è sempre il Pd che potrebbe dare una mano. Oppure, trovandosi la Cassazione nella città eterna, magari questa volta lo Spirito Santo è più vicino e non si distrae in altre faccende: chissà che  il 30 luglio non si concentri solo nelle vicissitudini di noi poveri italiani, aiutandoci.
Non ci resta che pregare …

mercoledì 10 luglio 2013

Della Valle è distratto, c’è chi scrive e chi compra (Loro Piana)


09 - 07 - 2013Romano Perissinotto

“Caro Presidente le scrivo”… così la distraggo un po’. Diego Della Valle non perde l’abitudine di scrivere quando si trova in stato di fibrillazione. E deve essere molto agitato, dato che il presidente destinatario della missiva non è certamente quello dell’ultima associazione di categoria o dell’antitrust, bensì quel Giorgio Napolitano che, personalissima opinione, tutto potrebbe fare in questo particolare momento della storia della Repubblica, tranne che entrare nel merito della questione Rcs.
L’ottimo imprenditore marchigiano, che ha contribuito con le sue scarpe a diffondere nel mondo il lifestyle italiano, evidentemente vive un particolare momento di confusione per ciò che riguarda faccende estranee al core business del gruppo da lui fondato e che tante soddisfazioni gli ha dato, sia personali sotto forma di grande notorietà e prestigio, sia ovviamente economiche.
Tuttavia, pare che “fare solo le scarpe” vada un po’ stretto al Diego nazionale, impegnato come è da tempo nel diversificare i suoi proventi in altri settori, editoria, finanza e trasporti che poco o nulla hanno a che fare con quelli rappresentativi dell’eccellenza italiana, ovvero le famose 3 F di fashion – food – furniture.
Ed è peraltro un’abitudine diffusa tra i principali attori italiani dei comparti tipici di quell’acronimo: basti solo ricordare i fasti passati dei Benetton, che con i loro maglioncini a V colorati ed una strepitosa campagna pubblicitaria avevano creato uno straordinario fenomeno imprenditoriale negli anni ottanta, per finire poi con perdere soldi, molti soldi, con Telecom Italia… Poi è arrivata Zara, ma questa è un’altra storia.
Curioso invece come nello stesso giorno della lettera in questione, il colosso del lusso francese LVMH rende pubblica la notizia dell’avvenuta acquisizione  -  80% del capitale – di Loro Piana, azienda familiare tutta italiana, leader del cashmere e della lana di altissima qualità, fiore all’occhiello del distretto di Biella, quasi 90 anni di storia, 130 punti vendita nel mondo ed un fatturato previsto per il 2013 di circa di 700 milioni di euro. E’ chiaro anche per i non addetti ai lavori che la cifra messa sul piatto da LVMH – 2 miliardi di euro – è il risultato di una attenta scelta strategica del gruppo francese, imputabile a quel principio di good will che induce un investitore a pagare più di quanto sarebbe assunto dai numeri allorché l’acquisizione si presume possa portare  a sinergie operative con altre aziende partecipate.
Venendo quindi al punto, ciò che è interessante notare è la comune frenesia di due imprenditori. Diego Della Valle, patron della Tods ed industriale del lusso, è agitato per la questione Corriere della Sera – tanto da scrivere a Napolitano – come lo era stato alcuni mesi orsono per la faccenda Generali. Il suo collega d’oltralpe Bernard Arnault, patron di LVMH,  è anche lui preso dalla smania di acquisizioni, ma, a differenza del nostro,  tutte mirate a consolidare la propria leadership  nei comparti riconducibili sostanzialmente alla parola “lusso”, ovvero quel segmento di mercato che è il target degli oltre 60 brand attualmente controllati dall’abile e lungimirante Arnault. Guarda caso, là dove noi italiani siamo maestri e dove tutti gli indicatori prevedono ottime performance future in termini di margini operativi.
Mentre l’italiano scrive, il francese compra: e compra italiano. Ricordando con un pizzico di nostalgia la soddisfazione ed il piacere provato quando riuscii a permettermi con i miei primi guadagni un abito su misura in filato Tasmania di Loro Piana, che dire? Bravò, Monsieur Arnault: continuii così nell’auspicio che sia da esempio per i nostri ansiosi e forse distratti Della Valle.